Geopolitica per la Difesa e la Sicurezza

LA CINA E LA GUERRA DEL GOLFO _ parte 1


Tutti discutono su cosa abbia vinto o perso Trump attaccando, insieme a Israele, l’Iran. Pochi si interrogano su chi stia vincendo davvero, in silenzio, senza sparare un colpo questa III° guerra del Golfo.

Ho dedicato le ultime settimane a ricostruire la logica profonda di quello che è successo nel Golfo: nei miei articoli non trovi la cronaca, che abbonda ovunque, ma la meccanica strategica che governa le mosse di Washington e Pechino sotto la superficie. Il risultato è un articolo approfondito che pubblico in 2 puntate sul mio sito www. alessandropozzi.it e sul mio profilo linkedin.

Il punto di partenza è che 𝗹𝗮 𝗖𝗶𝗻𝗮 𝗵𝗮 𝗶𝗻𝗰𝗮𝘀𝘀𝗮𝘁𝗼 𝗶𝗻 𝘀𝗲𝗶 𝘀𝗲𝘁𝘁𝗶𝗺𝗮𝗻𝗲 𝘂𝗻 𝗱𝗶𝘃𝗶𝗱𝗲𝗻𝗱𝗼 𝗴𝗲𝗼𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗼 che vale molto più di qualsiasi intervento diretto.

La Cina non ha sparato un colpo, non ha violato sanzioni in modo documentabile, non ha preso posizione pubblica nei forum multilaterali. Nel frattempo il Giappone e la Corea del Sud (alleati formali degli USA, con basi americane sul proprio territorio) hanno sperimentato uno stress energetico severo senza che Washington potesse risolverlo rapidamente. Quell’esperienza non si cancella con un cessate il fuoco: si sedimenta nei calcoli dei loro pianificatori strategici per anni.

Il mio argomento centrale è che Pechino stia percorrendo una terza via e la strategia cinese più probabile cui assisteremo nelle prossime settimane è basata su
> 𝗽𝗿𝗲𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗮𝘁𝘁𝗶𝘃𝗮 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘀𝗼𝗹𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶𝗽𝗹𝗼𝗺𝗮𝘁𝗶𝗰𝗮,
> 𝗽𝗮𝘀𝘀𝗶𝘃𝗶𝘁𝗮̀ 𝗺𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗮𝘀𝘀𝗼𝗹𝘂𝘁𝗮,
> 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝘃𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗲𝗰𝗼𝗻𝗼𝗺𝗶𝗰𝗼 𝘀𝗶𝗹𝗲𝗻𝘇𝗶𝗼𝘀𝗼 𝗺𝗮 𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗺𝗮𝘁𝗶𝗰𝗼

Puoi leggere l’articolo completo e ascoltare analisi podcast continuamente aggiornate sui temi che intersecano geopolitica, economia e tecnologia, semplicemente sul mio sito www.alessandropozzi.it

Trovi di seguito il testo dell’articolo, oltre ai link per ascoltarlo in versione PODCAST su YouTube e su Spotify.

Il Nuovo Ordine che Nasce da Hormuz

Quaranta giorni di guerra hanno ridisegnato la geopolitica globale. Ecco cosa sta davvero succedendo e lo scenario più probabile.

Alessandro Pozzi | Professore di Geopolitica per la Difesa e la Sicurezza, Politecnico di Milano


Le guerre scoppiano quando due nazioni non sono d’accordo sulla loro forza relativa (Blainey) e non finiscono quando le armi tacciono.

Le guerre infatti finiscono solo quando chi le ha combattute riesce a tradurre i risultati militari in un ordine politico sostenibile, basato su un equilibrio di potenza condiviso. A volte ci riescono, più spesso no.

Il cessate il fuoco del 8 aprile 2026 tra Stati Uniti e Iran, mediato dal Pakistan ed annunciato su Truth Social meno di due ore prima della scadenza autoimposta da Trump, quindi rinviato il 22 aprile “a tempo indeterminato” nonostante sia saltato il nuovo incontro negoziale, penso realisticamente appartenga alla seconda categoria. Non è una fine, è una pausa. E la differenza sta tutta nella distanza tra una crisi gestita e una crisi in via di cronicizzazione.

In quaranta giorni di guerra, il mondo ha visto cose che non vedeva da decenni e lo Stretto di Hormuz, il corridoio attraverso cui transitava il 20% del petrolio mondiale e quote ancora maggiori per i flussi di fertilizzanti ed Elio, è stato de facto chiuso per la prima volta nella storia moderna. Circa 4.800 missili e droni iraniani sono stati intercettati dai sistemi di difesa di Israele, degli Emirati, del Kuwait, dell’Arabia Saudita, del Qatar e del Bahrain. Il prezzo del petrolio ha raggiunto $110 al barile a inizio marzo, innescando la crisi energetica più acuta dai tempi dello shock del 1973. Le borse globali hanno perso tra il 12 e il 18% dai massimi di gennaio. L’aviazione civile nel Medio Oriente si è fermata. Milioni di persone in Asia hanno iniziato a fare la fila ai distributori.

Article content

E tuttavia, il conflitto ha anche prodotto qualcosa di inatteso: una finestra di lettura straordinariamente chiara sulla competizione tra le due superpotenze. Washington e Pechino non si sono mai affrontate direttamente nel Golfo, ma ogni mossa di una ha modificato il calcolo dell’altra, ogni giorno, con una precisione che le cronache degli avvenimenti geopolitici raramente riescono a catturare in tempo reale. Quello che segue è un tentativo di farlo, nel modo più lineare possibile, supportato con dati verificabili da fonti autorevoli.


COME SI È ARRIVATI QUI: IL PROGETTO AMERICANO E IL SUO PREZZO

Per capire quello che è successo in questi quaranta giorni, dobbiamo fare un passo indietro di ottant’anni.

Nel luglio del 1944, a Bretton Woods, quarantaquattro nazioni firmarono l’accordo che avrebbe regolato l’economia globale per i successivi ottant’anni. Il dollaro diventava la riserva globale. Le istituzioni multilaterali come FMI, Banca Mondiale, poi il GATT e infine il WTO, diventavano l’arbitro delle controversie commerciali. E la NATO, con la proiezione militare americana, diventava l’assicurazione sulla vita geopolitica che rendeva possibile tutto il resto.

Quel sistema ha funzionato straordinariamente bene. Troppo bene, forse, per permettere agli americani di vedere quanto costasse mantenerlo. Il deficit commerciale degli Stati Uniti, cioè la differenza tra ciò che importano e ciò che esportano, è stato una forma di sussidio implicito all’economia globale per decenni, mentre gli USA beneficiavano di un “effetto leva” senza precedenti storici: il 4% della popolazione mondiale è arrivato a controllare il 25% del PIL annuo globale, a esprimere oltre il 60% della capitalizzazione di borsa del pianeta e superiore al 200% del proprio PIL.

Nel corso di questa strategia Washington pagava, stampando dollari, quello che il mondo le forniva in beni reali. Era un accordo vantaggioso per tutti, ma il costo era asimmetrico e sempre più insostenibile.

Sul fronte interno, ne beneficiavano soprattutto gli azionisti delle aziende con proiezione multinazionale e lo pagavano ad esempio i lavoratori dell’Ohio, del Michigan, della Pennsylvania e quei lavoratori, nel 2016 e poi nel 2024, hanno votato di conseguenza aderendo all’offerta politica MAGA.

Sul fronte internazionale l’enorme privilegio americano di governare la finanziarizzazione dell’economia mondiale, ha determinato un accumulo crescente di debito, ha favorito una dipendenza delle nazioni “alleate ed amiche” dalla fornitura di sicurezza USA ed una riduzione della capacità manifatturiera americana che invece è indispensabile a mantenere una deterrenza credibile.

I dazi di Trump non sono follia: sono il tentativo goffo, brutale, ma non irrazionale, di approfittare della propria forza negoziale in un mondo interdipendente e ormai multipolare già almeno dal 2017, monetizzando un credito accumulato in ottant’anni di ordine internazionale garantito dagli USA. L’equazione venduta sul mercato politico del consenso interno americano è semplice: se siamo stati l’assicuratore del sistema commerciale globalizzato, abbiamo il diritto di riscuotere il premio assicurativo ed i dazi sono quella fattura.

In un mondo in cui l’egemonia unipolare era già stata accantonata con il documento di Strategia di Sicurezza Nazionale USA del 2017 (NSS-17), la guerra con l’Iran va letta nella stessa cornice.

La strategia del “doppio pivot” statunitense, esplicitata nel nuovo documento NSS pubblicato il 4 dicembre 2025 enfatizza il “bilateralismo remunerativo” e la visione “America First”: da egemone liberale garante di un ordine basato sulle regole ad una forma di egemonia che agisce in modo imprevedibile o unilaterale, a volte etichettata come “egemone canaglia” (rogue hegemon).

Concretamente gli USA puntano a gestire in simultanea il contenimento dell’ascesa cinese nell’Indo-Pacifico e la minaccia russa in Europa, superando il precedente focus esclusivo su un solo teatro. Per colmare il divario tra impegni globali e risorse, Washington mira a sviluppare una rete di alleanze integrate nell’Indo-pacifico (AUKUS, Quad), trasferire una quota crescente dell’onere di difesa ai singoli paesi alleati (Giappone e Corea del Sud in primis), delegare all’alleato Israeliano la “sicurezza” degli interessi strategici americani in Medioriente e rafforzare la propria sicurezza economica tramite la ristrutturazione delle catene di approvvigionamento. Per approfondimenti si veda in proposito il mio articolo VENEZUELA, GROENLANDIA E IL DOPPIO PIVOT AMERICANO.

Article content

Il duplice attacco all’Iran degli ultimi 9 mesi non è stata una decisione improvvisata: è l’esito di un’apparente opportunità tattica (decapitare in un solo colpo l’intera leadership iraniana) all’interno di una strategia che Trump chiama “maximum pressure”, con due obiettivi dichiarati: smantellare il programma nucleare iraniano e produrre un cambio di regime, così da ridefinire in modo strutturale l’equilibrio di potenza in Medioriente, estromettendo la Cina e aumentando la dominanza energetica statunitense, rispetto ad “alleati ed amici” anche fuori dal Golfo Persico (dall’Europa, alla Corea del Sud al Giappone).

E gli USA perseguono anche un obiettivo non dichiarato che è forse il più importante: dimostrare che sono ancora disposti a usare la forza militare in modo decisivo, a qualsiasi costo, in qualsiasi teatro.

Il problema è che la dimostrazione è costata più del previsto. Il regime è sopravvissuto all’assassinio di Khamenei, Guida Suprema della Repubblica Islamica, che è stato ucciso insieme a circa 40 alti comandanti militari in attacchi statunitensi e israeliani su Teheran, mentre erano in corso colloqui “di pace”, come nel 2015.

L’Iran non è crollato: ha nominato un successore, ha tenuto la coesione delle IRGC, ha mantenuto il controllo operativo dello Stretto. Gli obiettivi nucleari non sono stati definitivamente neutralizzati. L’uranio arricchito è ancora in territorio iraniano, in quantità che le proiezioni dell’AIEA indicano come “non riconciliabili con un programma esclusivamente civile”.

E così, dopo quaranta giorni, Washington si trova nella posizione più scomoda per una superpotenza: ha combattuto, non ha perso sul campo di battaglia, ma non ha nemmeno vinto in modo leggibile.

Article content

Il cessate il fuoco è stato presentato da Trump come “total and complete victory, 100 percent. No question about it.” L’Iran lo ha presentato come “una vittoria storica della resistenza”. Il Pakistan lo ha presentato come un capolavoro della propria diplomazia. Tutti e tre stanno mentendo, almeno in parte. Questo è il punto di partenza per analizzare quello che verrà.


LA LOGICA CINESE: PERCHÉ PECHINO HA SCELTO DI NON SCEGLIERE

Per comprendere la strategia cinese in questo conflitto, bisogna partire da una premessa che la maggior parte degli analisti citati dai media occidentali sistematicamente sottovaluta: la Cina non ragiona per obiettivi di breve periodo, ragiona per decenni. E in questa cornice temporale, ogni conflitto che impegna gli Stati Uniti altrove è intrinsecamente favorevole, a condizione che non degeneri in una recessione globale che travolga anche Pechino.

Nei quaranta giorni di guerra, la Cina ha mantenuto una postura che i suoi comunicati ufficiali hanno definito “responsabile e costruttiva” e che gli analisti americani, incluso l’Atlantic Council in un documento recentissimo e molto preciso, hanno correttamente identificato come “passiva e opportunistica“.

Nessun rifornimento militare all’Iran. Nessuna violazione delle sanzioni in modo documentabile. Nessun intervento nei forum multilaterali che potesse essere interpretato come sostegno aperto alle operazioni militari iraniane.

E tuttavia, nessuna condanna degli attacchi iraniani sulle infrastrutture del Golfo, nessun sostegno alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che avrebbero aperto la strada all’uso della forza per garantire la navigazione in Hormuz, nessuna pressione reale su Teheran per riaprire lo stretto prima che il prezzo del petrolio diventi insostenibile per i “clienti” asiatci di Washington.

Article content

È stata passività? Superficialmente sì. Strategicamente no, infatti Pechino ha incassato in queste sei settimane un dividendo geopolitico che vale molto più di qualsiasi concessione avrebbe potuto strappare con un intervento diretto.

Primo: la credibilità della deterrenza americana agli occhi degli “alleati e amici” (da Taipei a Vilnius, da Seul a Jakarta) è stata messa alla prova e ha mostrato crepe. Non è crollata, ma ha mostrato costi molto superiori alle previsioni.

Secondo: i partner energetici asiatici degli Stati Uniti (Giappone e Corea del Sud in testa) hanno sperimentato sulla propria pelle la vulnerabilità di dipendere da rotte marittime che Washington non controlla in modo assoluto.

Terzo: le catene di fornitura globali hanno subito uno stress che accelererà la ricerca di alternative al modello just-in-time ottimizzato per un mondo a bassa volatilità geopolitica.

Tutti e tre questi dividendi fanno il gioco di Pechino nel lungo periodo. E Pechino li ha incassati senza sparare un colpo.

La domanda strategica vera non è se la Cina ha beneficiato di questo conflitto: come intende capitalizzare su ciò che ha guadagnato?


LA STRATEGIA CINESE PIÙ PROBABILE: LA TERZA VIA

La maggior parte degli scenari che circolano nelle analisi geopolitiche di fonte statunitense tendono a descrivere le opzioni cinesi come binarie: passività oppure intervento attivo. Con tutta la dovuta umiltà, penso sia poco realistico presuppone che Pechino debba scegliere tra fare nulla e fare qualcosa di visibilmente aggressivo.

In realtà la strategia cinese più efficace e che, a mio avviso, più probabilmente vedremo dispiegarsi nelle prossime settimane, è una terza via: presenza attiva nella soluzione diplomatica, passività militare assoluta, intervento economico silenzioso ma sistematico.

Questa non è una semplice formula di sintesi: la considero una descrizione precisa di cosa significhi per Pechino massimizzare il proprio ritorno strategico, minimizzando il rischio di essere identificata come belligerante. Analizziamola per componenti.

Presenza attiva nella soluzione diplomatica. I negoziati di Islamabad si tengono in Pakistan, un paese che ha una relazione privilegiata con la Cina attraverso il Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), uno dei pilastri della Belt and Road Initiative. Pechino non è al tavolo formalmente. Ma chi pensa che il Pakistan stia mediando senza coordinarsi con Pechino su almeno alcuni dei parametri negoziali non ha capito come funziona la diplomazia regionale. Il ruolo cinese è di facilitatore silenzioso: garantire che i negoziati abbiano abbastanza spazio per allungarsi nel tempo, abbastanza ambiguità da non produrre una resa iraniana visibile, abbastanza sostanza da tenere Washington occupata e lontana dal Pacifico.

Sul nucleare in particolare, Pechino ha una carta straordinariamente preziosa da giocare. L’Iran ha uranio arricchito che Washington vuole neutralizzare. Gli USA non possono accettare che rimanga in territorio iraniano. L’Iran non può consegnarlo agli americani senza perdere la faccia davanti alla propria opinione pubblica. La soluzione tecnica (stoccaggio in territorio cinese o russo sotto supervisione AIEA, con garanzie di restituzione condizionata a un accordo nucleare formale) è già circolata informalmente nei canali diplomatici. Se si materializzasse, Pechino si ritroverebbe nella posizione di chi ha risolto il problema principale che la guerra non è riuscita a risolvere. Il premio sarebbe enorme: la narrativa del “mediatore responsabile” in un momento in cui la narrativa americana è quella dell'”aggressore inconcludente.”

Passività militare assoluta. Questo è la linea rossa più importante e Pechino non ha nessuna intenzione di violarla. La ragione è semplice: qualsiasi fornitura di armi o munizioni all’Iran durante le ostilità attive esporrebbe la Cina a sanzioni secondarie americane che colpirebbero i campioni nazionali come SMIC, Huawei e le catene di fornitura per i semiconduttori di ultima generazione, in un momento in cui la competizione tecnologica con gli USA (in particolare sull’intelligenza artificiale) non può permettersi interruzioni. Il costo di un intervento militare diretto supera di molte volte qualsiasi beneficio tattico nel Golfo. Pechino ha già fatto questi calcoli. Il silenzio militare non è timidezza: è pura razionalità strategica.

Quello che invece la Cina farà (e probabilmente sta già facendo) è aumentare la pressione segnalata in altri teatri senza aumentare il rischio reale di conflitto. Esercitazioni navali di maggiore intensità nelle acque intorno a Taiwan. Incremento della presenza militare nelle isole contese del Mar Cinese Meridionale. Pressione diplomatica intensificata sulle Filippine. Nulla che giustifichi una risposta militare americana, ma abbastanza da richiedere attenzione e risorse operative da parte del Pacific Command di Washington USPACOM.

Il messaggio implicito è molto duro in logica Realista: il costo-opportunità di restare impantanati nel Golfo si misura in capacità militari e di influenza non più disponibili nell’Indo-Pacifico.

Intervento economico silenzioso ma sistematico. Questa è la componente più importante e la meno compresa dalle analisi dei principali think tank anglosassoni. La perturbazione di Hormuz ha dimostrato al mondo, ed in particolare a Giappone, Corea del Sud e India, che la dipendenza dal corridoio energetico del Golfo è un rischio sistemico elevatissimo. Pechino ha già delle alternative: il gasdotto ESPO dalla Russia, i gasdotti dell’Asia Centrale, la crescente capacità di GNL russo. E ha la relazione privilegiata con un Iran che, uscito da questa guerra indebolito ma sopravvissuto, dipenderà da Pechino per la propria ripresa economica come non è mai dipeso prima.

La mossa che Pechino sta preparando (e che probabilmente vedremo nelle prossime settimane e mesi) è offrire garanzie di fornitura energetica a lungo termine a Tokyo e a Seul, denominate in yuan, attraverso le proprie rotte alternative. Se anche solo uno dei due accettasse di diversificare formalmente le proprie riserve valutarie verso lo yuan, il dividendo geopolitico supererebbe di gran lunga qualsiasi guadagno tattico nel Golfo. La de-dollarizzazione parziale non è uno slogan, è un progetto strategico decennale, e questo conflitto ha appena offerto il più potente incentivo degli ultimi trent’anni perché altri paesi lo considerino seriamente.


I 4 SCENARI E QUALE È IL PIÙ PROBABILE

L’analisi realizzata da Atlantic Council e pubblicata il 17/4/2026 costruisce quattro scenari all’intersezione di due variabili: l’intensità dell’impegno militare americano e il posizionamento cinese. È uno schema analitico utile, ma semplifica una realtà più sfumata.

Article content

La mia valutazione è la seguente.

Lo Scenario 1erosione controllata della supremazia americana, con USA limitati e Cina passiva: è certamente il punto di partenza. Siamo già qui. Il cessate il fuoco del 8 aprile è l’esito di uno scenario 1 parzialmente dispiegatosi. Ma descrivere questo come uno scenario stabile è un errore: è una condizione di equilibrio instabile che crea pressione verso altri scenari nel tempo.

Lo Scenario 2la manna strategica per Pechino, con intervento cinese attivo: è il rischio reale nel medio termine, ma non penso nel modo in cui lo descrive l’Atlantic Council. Non come scelta deliberata e improvvisa di Pechino di “passare dall’altra parte,” ma come deriva graduale verso una postura sempre più attiva se Washington dovesse rimanere impantanata abbastanza a lungo. Ogni settimana in più senza risoluzione è un passo verso questo scenario.

Lo Scenario 3riaffermazione della supremazia americana con campagna decisiva e Cina passiva: è possibile se i negoziati di Islamabad fallissero e Trump decidesse di rilanciare. I prerequisiti militari ci sono. Ma i prerequisiti politici interni — la disponibilità dell’opinione pubblica americana a sostenere una campagna prolungata — sono molto meno solidi di quanto la Casa Bianca vorrebbe far credere. E c’è un limite di munizioni reale: i sistemi d’arma consumati nelle prime sei settimane richiedono anni per essere sostituiti.

Lo Scenario 4punto di svolta delle grandi potenze con confronto USA-Cina aperto — è il meno probabile nel breve termine per una ragione semplice: non conviene a nessuno dei due, e sia Washington che Pechino lo sanno. Un confronto aperto nel 2026 è prematuro per Pechino perché il gap tecnologico nell’IA militare non è ancora stato colmato; è politicamente insostenibile per Washington perché il front simultaneo Ucraina-Iran-Pacifico supera la capacità di attenzione e risorse dell’amministrazione Trump.

La traiettoria più probabile a mio avviso è un ibrido tra Scenario 1 e Scenario 2 in evoluzione lenta. Una pace inconcludente che produce un accordo formalmente firmato ma sostanzialmente vuoto, con Hormuz aperto nella forma ma conteso nella pratica attraverso il meccanismo del pedaggio e del “coordinamento con le IRGC.” L’Iran indebolito ma sopravvissuto, si consolida nell’orbita cinese. La Cina capitalizza silenziosamente, a livello economico, diplomatico e di narrativa, senza mai diventare visibilmente belligerante.

Quello che potrebbe rompere questa traiettoria sono tre eventi “di coda”, cui qualitativamente provo ad attribuire un livello di probabilità. Il primo è il fallimento dei negoziati di Islamabad seguito da un’escalation militare americana: probabilità 20-25% nei prossimi 60 giorni. Il secondo è un attacco iraniano su infrastrutture critiche del Golfo che riapra le ostilità in modo irreversibile: probabilità 15-20%. Il terzo è una mossa di forza di Pechino su Taiwan o nel Mar Cinese Meridionale che cambi il teatro principale del confronto: probabilità residuale molto bassa nel breve termine ed inferiore al 10%, ma in crescita nel medio termine se Washington restasse impantanata e consumasse ulteriori quote significative delle sue risorse militari nel Golfo.

Nella SECONDA PARTE di questa lunga analisi, che troverai pubblicata tra pochi giorni sul mio sito www.alessandropozzi.it in forma di articolo e podcast, analizzerò le implicazioni strutturali di questo scenario per economia e mercati, che non riguardano dove sarà il petrolio tra tre mesi, ma quali forze ridisegnano costi e opportunità per i prossimi dieci anni.

Il rischio di futura ulteriore chiusura di Hormuz non è più un “rischio di coda” da coprire con strumenti finanziari: è una possibilità concreta che gli analisti delle compagnie energetiche stanno già ri-prezzando con un premio strutturale fino a 14$ al barile, nel medio termine. Le catene di fornitura globali stanno passando da una logica di ottimizzazione del costo a una logica di ridondanza geopolitica ed il costo di questa transizione non è ancora visibile nei conti economici di molte aziende, ma lo sarà. Il processo di de-dollarizzazione, che molti liquidano ancora come propaganda cinese, ha appena ricevuto il più potente incentivo degli ultimi trent’anni.

C’è una frase che uso spesso con i miei studenti al Politecnico, e che mi sembra più vera oggi che mai: la geopolitica non è una variabile esterna da monitorare. È entrata strutturalmente nel conto economico, attraverso il costo dell’energia, il costo delle materie prime, il costo della ridondanza di filiera.

Chi pianifica ancora come se fosse il 2019 sta usando una mappa del mondo che non esiste più.

Non serve domandarsi se gli Stati dell’Europa (ed i loro alleati extra UE) possano permettersi l’autonomia: in termini di puro realismo non possiamo più permetterci di continuare senza.

Autore: Prof. Alessandro Pozzi, Dipartimento di Ingegneria Meccanica, POLIMI.

Laurea Magistrale in Ingegneria Meccanica – Defense & Security – Corso di Geopolitica per la Difesa e la Sicurezza – POLIMI A.A. 2025/2026


Integrare l’analisi geopolitica nelle valutazioni di allocazione strategica è ormai indispensabile.

C’è un forte bisogno, da parte di Leader aziendali e responsabili degli investimenti, di avere una visione strategica, per dare senso, creare connessioni nuove e individuare opportunità nei rapidi cambiamenti in atto, sempre più guidati dai processi decisionali degli Stati.


Puoi essere sempre aggiornato consultando gli “appunti di geopolitica” di questo sito ed iscrivendoti gratuitamente alla newsletter “Geopolitica Difesa Sicurezza”: un filo diretto con l’innovativo insegnamento POLIMI GDS, che ti mette a disposizione sintesi dei seminari, le testimonianze esclusive e le analisi.

Subscribe on LinkedIn

Subscribe on LinkedIn https://www.linkedin.com/build-relation/newsletter-follow?entityUrn=7241839645951447040

potrebbe interessarti