Geopolitica per la Difesa e la Sicurezza

LA GROENLANDIA CAMBIA TUTTO


Non siamo in una transizione, ma in una rottura strategica

A Davos, il premier canadese Mark Carney ha pronunciato una diagnosi che gli Stati Europei non possono più permettersi di sottovalutare: l’ordine internazionale non sta attraversando una transizione, ma una rottura. La differenza è politica, economica e strategica.

Le transizioni consentono aggiustamenti graduali. Le rotture no. E l’episodio della Groenlandia lo ha dimostrato in modo brutale.

«È tempo che le medie potenze agiscano insieme perché se non siedi al tavolo sei nel menu»

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La de-escalation che non rassicura nessuno

Quando il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha fatto marcia indietro sul confronto diretto sulla Groenlandia da Davos, molte capitali europee hanno provato un sollievo immediato. Ma è durato poco.

La sensazione prevalente non è stata vittoria, bensì consapevolezza che questa non sarà l’ultima crisi transatlantica. Consapevolezza che la credibilità dell’Alleanza è stata messa alla prova anche senza uno scontro aperto e che la de-escalation è stata una tregua, non una soluzione.

L’Europa ricorderà questo episodio molto più a lungo di quanto lo farà Washington.


Il ricatto come metodo negoziale tra alleati

A Davos, il messaggio americano è stato inequivocabilmente imperiale: la questione groenlandese è stata impostata come una scelta forzata tra acquiescenza e sostegno statunitense alla NATO. Niente interventi militari, ma una pressione esplicita sulle dipendenze europee: sicurezza, energia, commercio, Ucraina.

Non si è trattato di una provocazione estemporanea, ma dell’uso sistematico del brinkmanship come strumento di politica estera. La Groenlandia è apparsa meno come un obiettivo in sé e più come una leva per aumentare il potere contrattuale americano su più dossier contemporaneamente.

Questo approccio segna un passaggio decisivo: l’alleanza non è più un quadro di riferimento stabile, ma una relazione transazionale e coercitiva, in cui la forza viene utilizzata anche e soprattutto tra partner, sfruttando l’interdipendenza come strumento di potere.


La National Security Strategy 2025 e il problema europeo

Chi continua a leggere la postura americana come una deviazione temporanea ignora quanto è scritto nero su bianco nella United States National Security Strategy 2025. Il documento descrive un mondo di competizione sistemica in cui le alleanze sono strumenti, non fini.

In questo quadro, un’Europa coesa, industrialmente autonoma e politicamente integrata non è una risorsa automatica per Washington. Può diventare un vincolo. Al contrario, un’Europa frammentata, dipendente e politicamente divisa è più gestibile.

È qui che si inserisce un elemento spesso ignorato nel dibattito pubblico: il sostegno, diretto o indiretto, a forze sovraniste di estrema destra apertamente anti-europee non è una contraddizione della strategia americana, ma una sua estensione coerente. Indebolire l’Unione dall’interno riduce la probabilità che emerga un attore strategico autonomo.

Il punto più duro sollevato da Carney a Davos non riguarda le risorse (che ci sono), ma la mentalità. Il problema degli Stati Membri dell’Europa non è la mancanza di potere economico, normativo o industriale.

È l’incapacità di pensarsi come potenza strategica, alimentata da 70 anni di quella pax americana che era già finita, senza che le opinioni pubbliche europee se ne accorgessero, almeno da 10 anni.

Per troppo tempo, le classi dirigenti europee hanno operato come amministratori di un ordine stabile, non come decisori in un sistema competitivo. Hanno trattato le crisi come eccezioni, non come segnali strutturali.

L’episodio groenlandese ha incrinato questa impostazione. Ha ridotto drasticamente lo spazio politico per chi sostiene che l’Europa “non ha alternative” se non accomodare Washington. È lo stesso argomento che ha giustificato accordi commerciali sbilanciati in nome della “stabilità” e della “prevedibilità”. Oggi quella narrativa appare sempre più fragile.


La coesione europea ha un costo, ma produce leverage

In questo contesto, il Rapporto Letta assume un significato completamente diverso. Non è un esercizio sul mercato unico. È una mappa delle vulnerabilità strategiche europee ed insieme al Report Draghi offre una mappa del percorso possibile per superarle.

Frammentazione dei mercati dei capitali, assenza di scala industriale, ritardi nell’integrazione tecnologica e nella difesa non sono solo problemi di competitività. Sono fattori di esposizione geopolitica.

Il limite europeo non è aver ignorato questi indicatori, ma averli trattati come riforme opzionali. In un mondo di rotture, non lo sono più.

Durante la crisi, l’unità europea ha avuto un prezzo. I mercati lo hanno percepito: timori di ritorsioni, ipotesi di riallocazioni, nervosismo sugli asset statunitensi. Ma l’episodio ha mostrato anche l’altra faccia della medaglia: la coesione aumenta il costo politico della coercizione.

Anche mosse limitate — come il rapido dispiegamento di contingenti per esercitazioni congiunte o impegni rafforzati verso la sicurezza artica — hanno complicato il calcolo americano. La Danimarca ha dimostrato resilienza, migliorando il rapporto con la Groenlandia e rafforzando la dimensione europea della risposta.

Anche dal punto di vista di investitori istituzionali, questo è un punto cruciale: la frammentazione europea è un rischio, ma la coesione è una variabile strategica che genera potere contrattuale, mobilita consistenti risorse fiscali e flussi finanziarie che si traducono in ribilanciamenti strutturali.


Una grande opportunità per gli Stati membri dell’Unione Europea

Gli Stati Europei e le nazioni sviluppate che condividono l’interesse strategico di preservare un ordine liberale basato sulle regole, come Canada, Giappone e Corea in primis, stanno adattando razionalmente la propria strategia ad un fatto reale e irreversibile: «L’ordine mondiale è finito. Siamo in un’era di rottura, non di transizione. Sottomettersi alle grandi potenze non garantirà sicurezza. E costruire muri e fortezze non serve. Serve creare nuove coalazioni forti fra Paesi che condividono visioni, valori e interessi».

La formula proposta da Carney è tanto semplice quanto impegnativa: strength at home, diversifying abroad.

Rafforzarsi internamente significa accelerare sull’integrazione della difesa e dell’industria, rendere operativi strumenti come l’Anti-Coercion Instrument, completare l’unione dei mercati dei capitali, investire in catene del valore critiche e materie prime.

Diversificare all’esterno significa: ridurre la concentrazione del rischio geopolitico, costruire partnership autonome in Asia, Africa e America Latina, smettere di filtrare ogni relazione globale attraverso il rapporto con Washington.

Autonomia strategica non è chiusura. È capacità di scelta.

La Groenlandia non è stata l’inizio della crisi dell’ordine transatlantico. È stato il momento in cui quella crisi è diventata impossibile da negare.

Se il mondo è entrato in una fase di rottura, continuare a rispondere con strumenti da transizione significa esporsi a shock sempre più costosi.

L’Europa oggi non è sotto pressione perché è irrilevante. È sotto pressione perché non ha ancora deciso di diventare adulta come attore strategico.

L’Unione Europea molto concretamente è una piattaforma di moltiplicazione della potenza degli Stati membri.

Un’infrastruttura politico-economica e normativa che consente di mettere a fattor comune risorse materiali, capacità regolatorie e peso di mercato per trasformare interessi nazionali convergenti in capacità strategica collettiva.

In questa funzione, l’UE non sostituisce certo la sovranità degli Stati, ma ne amplia il raggio d’azione, riducendo le vulnerabilità derivanti dall’azione individuale e aumentando la capacità di incidere su dinamiche globali che eccedono la scala nazionale. La piattaforma europea opera come leva di aggregazione in ambiti critici – mercato interno, finanza, commercio, tecnologia, sicurezza economica – permettendo ai singoli Stati di esercitare un’influenza che nessuno di essi potrebbe sostenere autonomamente senza incorrere in costi sproporzionati o dipendenze strutturali.

In un contesto internazionale caratterizzato da competizione sistemica e coercizione economica, la funzione della piattaforma europea non è l’omogeneizzazione politica, ma la protezione e la proiezione degli interessi strategici condivisi attraverso strumenti comuni che trasformano la frammentazione potenziale in capacità negoziale, deterrenza e resilienza collettiva.

Non serve domandarsi se gli Stati dell’Europa (ed i loro alleati extra UE) possano permettersi l’autonomia: in termini di puro realismo non possiamo più permetterci di continuare senza.

Autore: Prof. Alessandro Pozzi, Dipartimento di Ingegneria Meccanica, POLIMI.

Laurea Magistrale in Ingegneria Meccanica – Defense & Security – Corso di Geopolitica per la Difesa e la Sicurezza – POLIMI A.A. 2025/2026


Integrare l’analisi geopolitica nelle valutazioni di allocazione strategica è ormai indispensabile.

C’è un forte bisogno, da parte di Leader aziendali e responsabili degli investimenti, di avere una visione strategica, per dare senso, creare connessioni nuove e individuare opportunità nei rapidi cambiamenti in atto, sempre più guidati dai processi decisionali degli Stati.


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