Geopolitica per la Difesa e la Sicurezza

GUERRA ECONOMICA E SUICIDIO DELLA SUPERPOTENZA


Il Forum economico mondiale di Davos non è, di solito, il teatro di rotture geopolitiche. È un luogo di conferme, retoriche rassicuranti, dichiarazioni studiate per non spaventare nessuno. Nel gennaio 2026, però, è stato diverso: il primo ministro canadese Mark Carney si è presentato davanti ai leader della finanza, dell’economia e della politica mondiale per dichiarare che un’era è già finita da tempo. La globalizzazione, con la sua promessa di una cooperazione vantaggiosa per tutti, ha lasciato il posto a una guerra economica sempre più intensa. «Le grandi potenze hanno iniziato a usare l’integrazione economica come arma, i dazi come leva, le infrastrutture finanziarie come mezzo di coercizione e le catene di approvvigionamento come punti deboli da sfruttare», ha detto. «Non si può vivere nella menzogna del reciproco vantaggio attraverso l’integrazione, quando l’integrazione diventa la fonte della propria subordinazione.»

Ha ricevuto un’ovazione. Rarissima, in quell’assemblea.

Poche settimane dopo, il 20 aprile 2026, Timothy Snyder, professore di storia moderna all’Università Yale e poi di Toronto, uno dei più autorevoli esperti sull’evoluzione della democrazia americana,  ha tenuto un discorso presso il Council on Foreign Relations che si apriva con una brutale diagnosi: «Siamo in un momento di suicidio della superpotenza. Stiamo scegliendo di essere molto meno potenti di quanto potremmo essere.»

Carney e Snyder partono da angolature diverse: uno da quella di un alleato che si sente minacciato, l’altro da quella di un intellettuale che legge la storia dall’interno, ma convergono verso la stessa diagnosi: quello che sta accadendo agli Stati Uniti non è un declino strutturale e inevitabile. È una scelta. E come ogni scelta, ha conseguenze precise, misurabili e, almeno in parte, reversibili, a condizione che siano riconosciute come tali.

In questo articolo intendo integrare queste due letture: quella della guerra economica come nuovo teatro del confronto globale e quella del suicidio strategico come effetto collaterale di errori di calcolo nell’implementazione della nuova Strategia di Sicurezza Nazionale americana.

L’obiettivo di questo lavoro è offrire una mappa il più possibile rigorosa e documentata di dove ci troviamo, e di cosa questo implica per chi opera nell’economia globale, in particolare in Italia.

I. La grammatica della guerra economica: capire prima di giudicare

Per comprendere la posta in gioco, è necessario partire da una distinzione analitica di base: non ogni dipendenza economica è un punto di strangolamento, e non ogni punto di strangolamento è una buona arma.

Un’analisi rigorosa, sviluppata nell’ultimo numero di Foreign Affairs nel saggio « How to Fight an Economic War », identifica tre condizioni che devono coesistere affinché una posizione di mercato si trasformi in leva coercitiva efficace. Primo: un singolo paese o una coalizione ristretta deve detenere una quota di mercato dominante e concentrata. Secondo: prodotti o mercati sostitutivi non devono essere disponibili nel breve termine. Terzo: il paese deve essere in grado di trasformare quella posizione in uno strumento di pressione asimmetrica, cioè infliggere al bersaglio un danno sostanzialmente superiore a quello che subisce.

Esempi concreti ed eclatanti chiariscono meglio il concetto: le sanzioni finanziarie americane sfruttano il fatto che il dollaro sia utilizzato nell’89% di tutte le transazioni in valuta estera a livello globale, secondo la Bank for International Settlements (BIS). Poiché ogni transazione coinvolge due valute diverse (ed il totale delle quote percentuali di tutte le valute somma al 200%), significa che il dollaro è presente in quasi la metà delle “gambe” di ogni scambio mondiale e il Tesoro USA (OFAC) può bloccare, congelare o sanzionare tali flussi.

I controlli statunitensi sulle esportazioni di semiconduttori avanzati si reggono su una posizione analoga: una singola azienda, Nvidia, detiene oltre l’85% del mercato globale dei chip di frontiera per l’intelligenza artificiale. La Cina, dal canto suo, raffina circa il 90% delle terre rare mondiali. In questi casi, la matematica del potere coercitivo è netta: chi viene colpito non ha dove altro andare.

Per contro, i dazi americani che sono la principale arma commerciale dell’amministrazione Trump, non soddisfano questo criterio. Gli Stati Uniti rappresentano circa il 13% delle importazioni globali. Anche se a un paese fosse completamente precluso l’accesso al mercato statunitense, potrebbe ancora vendere nell’87% restante dell’economia mondiale. Lo ha dimostrato empiricamente la crisi del 2025: nonostante i dazi americani abbiano ridotto drasticamente le esportazioni di Brasile e Cina verso gli USA, entrambi i paesi hanno stabilito record annuali per le esportazioni totali, trovando nuovi sbocchi altrove. Non era una leva: era una pistola scarica sparata in pompa magna.

Questa distinzione non è secondaria. È il cuore del problema strategico americano degli ultimi anni: l’uso promiscuo e indiscriminato di strumenti economici (sanzioni, dazi, controlli sulle esportazioni) senza una teoria coerente di cosa si voglia ottenere, e con scarsa attenzione alle conseguenze di lungo periodo sulle fondamenta dello stesso potere americano.

II. Hormuz: quando la geografia diventa arma

La seconda guerra israelo-americana contro l’Iran, sostanzialmente ancora in corso, ha offerto una dimostrazione pratica e brutalmente efficace di come anche una potenza minore possa trasformare la logica della guerra economica in conflitto cinetico. Prima del 28 febbraio 2026, giorno dell’avvio dell’Operazione Epic Fury da parte di USA e Israele, molti analisti occidentali ritenevano che l’Iran non avrebbe osato chiudere lo Stretto di Hormuz. Le ragioni sembravano solide: farlo avrebbe richiesto la posa di decine di mine marine, e l’Iran stesso dipende da quella rotta per esportare il proprio petrolio.

Si sbagliavano sull’analisi, non sui dati.

Teheran ha dimostrato di poter bloccare di fatto il traffico commerciale a un costo marginale, sia in termini economici che rispetto all’obiettivo strategico di sopravvivenza dello Stato: colpendo un numero limitato di navi con droni e missili relativamente poco costosi ha modificato il calcolo del rischio dell’intera industria marittima globale. Le petroliere che trasportavano petrolio iraniano hanno attraversato liberamente lo stretto; quelle che trasportavano petrolio proveniente da altri Stati del Golfo si sono fermate. Il risultato è stata un’impennata immediata dei prezzi del petrolio ed una revisione forzata degli obiettivi di guerra americani: insieme hanno rivelato la potenza di un asset geografico che Washington aveva cronicamente sottovalutato.

Lo stretto rimane il punto di strangolamento geografico più importante al mondo: ogni giorno transitano circa il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto globali, e non esistono rotte alternative di capacità paragonabile. I due principali condotti di bypass esistenti sono la East-West Pipeline saudita (7 milioni di barili al giorno di capacità) e il gasdotto ADCOP degli Emirati (circa 2 milioni di barili al giorno): coprono meno della metà dei flussi normali attraverso Hormuz. Replicare quel volume in infrastrutture alternative costerebbe centinaia di miliardi di dollari e richiederebbe un decennio di costruzione.

L’asimmetria economica nei calcoli di deterrenza economica tra le due principali super potenze era già stata analizzata con precisione: la Cina guadagna circa 3,4 miliardi di dollari l’anno dall’esportazione di terre rare. I ricercatori dell’U.S. Geological Survey stimano che un’interruzione del 30% dell’approvvigionamento americano del solo neodimio ridurrebbe il PIL degli Stati Uniti del 2,2%: oltre 600 miliardi di dollari. Una logica identica si applica a Hormuz: Teheran ha inferto costi economici globali nell’ordine delle centinaia di miliardi rinunciando a qualche miliardo di entrate da esportazione di idrocarburi. È l’asimmetria il nucleo del potere coercitivo: non la forza bruta, ma la capacità di imporre a un avversario un danno multiplo rispetto al costo sopportato.

III. Il suicidio della superpotenza: la diagnosi di Snyder

In questo contesto di guerra economica strutturata, in cui le armi sono dazi, sanzioni, controlli sulle esportazioni e punti di strangolamento geografici, l’amministrazione Trump ha sviluppato una strategia che produce un paradosso: l’uso indiscriminato degli strumenti di potere economico ne erode sistematicamente le fondamenta.

Timothy Snyder ha definito questo fenomeno con una formula che ha attraversato rapidamente il dibattito intellettuale globale: superpower suicide. Il suicidio della superpotenza. Non un declino imposto dall’esterno, ma una scelta deliberata e consapevole di ridurre il proprio potere. «Stiamo scegliendo di essere molto meno potenti di quanto potremmo essere», ha detto al Council on Foreign Relations CFR. L’elemento della scelta è cruciale: un suicidio è reversibile se si interviene in tempo; un declino strutturale no.

Per rendere operativa questa diagnosi, Snyder identifica tredici pilastri tradizionali del potere statale, ciascuno dei quali è oggi sotto attacco deliberato.

La statualità stessa è il primo e più fondamentale. Prima ancora di essere una superpotenza, un paese deve essere uno Stato nel senso moderno del termine: un’entità che persegue un interesse collettivo condiviso, che esercita il potere secondo regole neutrali accessibili a tutti i cittadini. La tesi è provocatoria, certamente di parte liberal-democratica, ma evidenzia un aspetto concreto nella composizione dell’attuale amministrazione americana: «Stiamo venendo governati da persone che non vedono gli Stati Uniti come uno Stato», dice Snyder. «Lo vedono come un’opportunità commerciale per un piccolo gruppo di persone, molte delle quali non sono nemmeno americane.». Il riferimento è ad esempio ad alcune figure di riferimento provenienti dal mondo imprenditoriale delle Big Tech che risultano tra i principali finanziatori di leader politici di primo piano, come nel caso di Peter Thiel ed il Vice Presidente J.D. Vance. Il principale punto di riferimento tecnologico per l’amministrazione Trump è Larry Ellison, fondatore di Oracle, orientando le politiche dell’amministrazione sull’AI e collaborando a infrastrutture critiche per la sicurezza nazionale, come il progetto AI Stargate da 500 miliardi.

Lo storico economico Jonathan Levy di Sciences Po ha descritto questo fenomeno con il termine di governo “patrimoniale”: la lealtà è dovuta alla persona del presidente, più che alle leggi e alle istituzioni.

Il meccanismo della successione è il secondo pilastro in crisi. Per millenni, il problema della transizione del potere ha logorato le civiltà. La democrazia è stata il contributo più efficiente, in epoca moderna, alla sua soluzione: le elezioni non sono solo uno strumento di legittimazione etica, ma un dispositivo ingegneristico per garantire che lo Stato sopravviva al cambio dei governanti. Mettere in discussione la legittimità delle elezioni (passate e future) equivale a rimuovere questo dispositivo di sicurezza. È, dice Snyder, «un modo per non avere un meccanismo di successione», con tutto quello che questo implica per la continuità del potere statale.

Gli alleati rappresentano il terzo pilastro. «Non conosco casi importanti di grandi potenze che abbiano cambiato i propri alleati semplicemente perché avevano voglia di farlo in un dato giorno», dice Snyder. I romani tradivano i loro alleati, ma per ragioni strategicamente calcolate. Alienare sistematicamente Canada, Germania, Francia, Danimarca, Giappone, Corea del Sud, senza sviluppare nuove alleanze di pari portata in sostituzione, significa smantellare la rete di amplificazione del potere americano costruita in ottant’anni. Sul piano commerciale e finanziario, Bloomberg ha documentato come questa dinamica stia producendo esattamente quello che Snyder prevede: la pressione americana sulla NATO sta spingendo le potenze medie a riposizionarsi verso Pechino, aprendo alla Cina un’influenza che prima non aveva.

La tecnologia usata nel secolo sbagliato è un quarto segnale. Sul campo di battaglia iraniano, l’uso di costosi missili Patriot ed F-35 contro sciami di droni economici, già dimostratisi efficaci nell’esperienza russo-ucraina e che l’apparato militar-industriale di Washington sembra aver sottovalutato. Non è solo una questione di efficacia tattica ed un problema di asimmetria economica nei costi di Difesa: è un indicatore di quanto la classe politico-militare americana abbia smesso (per interessi divergenti) di imparare dall’esperienza degli avversari.

L’energia e il futuro tecnologico completano il quadro dei pilastri erosi. Le superpotenze del passato sono ascese cavalcando la tecnologia energetica del loro tempo. La prossima superpotenza si affermerà cavalcando le rinnovabili, l’idrogeno e la rete elettrica intelligente. L’amministrazione Trump ha scelto di non fare questa transizione, cedendo di fatto alla Cina il dominio del mercato globale delle tecnologie pulite: un mercato che, come ha dimostrato la crisi di Hormuz, diventa strategicamente cruciale ogni volta che i mercati degli idrocarburi vengono destabilizzati.

IV. I falsi punti di strangolamento e il costo della coercizione mal calibrata

Il punto più acuto dell’analisi pubblicata su Foreign Affairs riguarda il meccanismo con cui l’uso improprio degli strumenti di guerra economica ne corrode progressivamente l’efficacia. Vale la pena svilupparlo nel dettaglio, perché illumina il paradosso centrale della strategia trumpiana.

Ogni volta che Washington trasforma in arma un punto di strangolamento, gli altri paesi adottano misure per proteggersi. Questo è il meccanismo naturale della risposta strategica. Il problema si pone quando il paese che usa l’arma lo fa in modo eccessivo, impreciso o privo di obiettivi chiari: in quel caso, l’adattamento degli avversari avviene più in fretta del vantaggio ottenuto, e la potenza della leva si sgonfia.

Il caso della Russia dopo il 2014 è istruttivo. Quando Washington ha imposto sanzioni finanziarie a Mosca dopo l’annessione della Crimea, Pechino ne ha tratto una lezione immediata: se Washington poteva trattare Mosca in quel modo, un giorno avrebbe potuto fare lo stesso con Pechino. Nel 2015 la Cina ha lanciato il Cross-Border Interbank Payment System (CIPS), progettato per compensare le transazioni in renminbi senza fare affidamento su intermediari occidentali. Da allora CIPS è cresciuto fino a contare circa 1.700 istituzioni partecipanti in più di 120 paesi, molto più piccolo dello SWIFT, ma abbastanza grande da supportare regolamenti significativi in renminbi in caso di crisi. L’e-CNY e mBridge stanno compiendo progressi analoghi: non sostituiscono il dollaro, ma costruiscono un’infrastruttura parallela che potrebbe espandersi rapidamente in uno scenario di confronto acuto.

La logica applicata ai dazi è ancora più rivelatrice. Trump ha affermato che gli Stati Uniti hanno «il mercato più grande del mondo» e che gli altri paesi si sarebbero piegati. In termini assoluti di PIL aveva ragione; in termini di quota del commercio mondiale, no. Gli USA rappresentano circa il 13% delle importazioni globali. Per utile confronto, l’UE rappresenta il 16% dell’intero import/export di beni e servizi mondiale, ha accettato un livello iniquo di dazi al 15% e nonostante ciò, recentemente ha subito minacce di dazi al 25% sullo strategico settore automotive, mentre rappresenta lo stesso insieme di paesi a cui si chiede di continuare a comprare Treasury Bond americani per finanziare un debito pubblico che supera i 38,9 trilioni di dollari totali (di cui circa 7,6 T è intragovernativo).

Ottawa destina oltre il 75% delle esportazioni agli USA, eppure un dazio del 25% sul Canada è stato ritirato nella pratica quasi subito perché sarebbe costato agli americani ~700$ per famiglia, sconvolgendo la produzione automobilistica e i prezzi energetici. Al netto delle numerose esenzioni, l’aliquota effettiva USA sul Canada è quindi rimasta al 3,1%.

Insieme, Canada e UE finanziano circa il 26% della quota estera del debito americano e la contraddizione strutturale era insostenibile: non si può minacciare un proprio fornitore di materie prime energetiche e creditore, senza inceppare il meccanismo di finanziamento del proprio deficit.

V. La demolizione del soft power: il pre-danno

Prima ancora della guerra in Iran (che rappresenta il punto di sintesi più drammatico del rischio di suicidio strategico americano) è necessario capire quello che possiamo chiamare il pre-danno: la sistematica dismissione degli strumenti americani di influenza non militare avvenuta nei mesi precedenti al conflitto.

USAID non era semplicemente un programma umanitario. Era uno dei più potenti strumenti di influenza globale mai costruiti da uno Stato moderno: sessant’anni di presenza in oltre 100 paesi, reti di relazioni con governi, ONG, media locali, università, comunità imprenditoriali. Uno strumento che costruiva dipendenza, gratitudine e orientamento strategico pro-americano a un costo incomparabilmente inferiore rispetto a qualsiasi operazione militare. Il Center for American Progress lo ha definito «un dono strategico agli avversari», perché ogni vacuum lasciato da USAID è stato riempito, sistematicamente, da iniziative cinesi, russe o iraniane.

Voice of America, silenziata nella primavera 2026, raggiungeva 280 milioni di persone in 47 lingue ogni settimana. In persiano. In arabo. In mandarino. Nelle stesse lingue dei paesi che l’amministrazione Trump definisce avversari strategici. Chiuderla non è stato un risparmio di budget: è stata una capitolazione del campo delle idee, o dominio cognitivo, nel momento in cui il conflitto fisico rendeva quel campo più importante che mai. Come nota Snyder, gli strumenti di comunicazione con la società civile iraniana avrebbero avuto valore enorme dopo l’esaurimento delle opzioni militari, ma erano stati deliberatamente distrutti prima che quelle opzioni venissero esercitate.

L’approccio militare della seconda amministrazione Trump è stato definito dagli analisti di ACLED (Armed Conflict Location & Event Data Project) come “bombardare per primi”, utilizzando la forza aerea non più come ultima risorsa ma come strumento di pressione diplomatica immediata.

Fonti molto autorevoli e verificabili (ACLED e CFR) stimano che l’attuale amministrazione abbia effettuato tra i 768 ed i 783 strike aerei e missilistici totali (inclusi quelli in coalizione), pur avendo dichiarato esplicitamente nella propria National Security Strategy una «predisposizione alla non-interventismo» e nella National Defense Strategy che «il Dipartimento non sarà più distratto dall’interventismo»; ha abbandonato 66 organizzazioni internazionali; ha tagliato i fondi all’OMS e ridotto drasticamente i contributi alle agenzie ONU. Solo il 37% degli americani approva questa politica estera e a domanda esplicita, ben il 70% crede che il presidente dovrebbe consultare il Congresso sulle questioni di guerra. Il Congresso è invece stato sistematicamente bypassato.

VI. La guerra in Iran come caso studio: obiettivi dichiarati, risultati reali

Nessun evento dell’ultimo anno illustra meglio il suicidio strategico della guerra in Iran, non perché il confronto con Teheran fosse necessariamente sbagliato in sé dal punto di vista del realismo, ma perché il modo in cui è stato condotto, giustificato e concluso rappresenta una sintesi quasi perfetta di tutti i vizi di implementazione della strategia che abbiamo fin qui descritto.

Il 28 febbraio 2026, USA e Israele lanciano l’Operazione Epic Fury. Non c’è approvazione congressuale. Non ci sono obiettivi dichiarati con precisione (neutralizzazione del nucleare? cambio di regime? deterrenza regionale?) e non ci sono condizioni di uscita definite. Al momento del cessate il fuoco dell’8 aprile (gli Accordi di Islamabad), negoziati con la mediazione del Pakistan e con il ruolo facilitatore della Cina, il bilancio è impietoso: 13 militari americani morti, oltre 200 feriti, 17 siti danneggiati. Sul fronte opposto, stime che variano da 3.500 a oltre 6.000 vittime iraniane, $145 miliardi di danni diretti. E soprattutto: l’Iran a questo punto del conflitto (12 maggio) controlla lo stesso uranio arricchito rispetto a prima della guerra, in mano a un regime più radicale, con il Brent salito a picchi intorno a $110 al barile durante il blocco di Hormuz.

Hal Brands, Henry Kissinger Distinguished Professor alla Johns Hopkins e commentatore di Bloomberg, ha sintetizzato la situazione: «Trump ha sostituito le regole con la forza bruta, le alleanze con il transazionalismo, e la stabilità con l’ira. La guerra ha drammatizzato i contorni di un’economia armata. Ha sconvolto vecchie alleanze e svelato nuove.» Il professor Stephen Walt della Kennedy School è ancora più diretto, parlando al Christian Science Monitor: «Abbiamo speso miliardi di dollari, abbiamo ridotto le nostre scorte di armamenti, e abbiamo indebolito i nostri partner militari, inclusi i nostri alleati asiatici.» La Cina «non può che essere soddisfatta» di dove la guerra lascia gli USA. Come nel celebre ammonimento attribuito a Napoleone: quando il nemico sta commettendo un errore, non bisogna disturbarlo.

Forse il dato più emblematico riguarda però la coerenza interna della strategia. Nel tentativo di far scendere i prezzi del petrolio dopo che l’Iran aveva chiuso Hormuz, l’amministrazione Trump ha allentato le sanzioni sul petrolio russo, garantendo profitti eccezionali a Mosca senza ottenere alcuna concessione sull’Ucraina. Ha inoltre revocato sanzioni su circa 140 milioni di barili di petrolio iraniano, finanziando di fatto il proprio avversario in tempo di guerra nel tentativo di abbassare i prezzi alla pompa. La politica estera e la politica energetica si sono cannibalizzate.

VII. Il «Sell America» e l’incrinatura del privilegio monetario

Uno degli effetti più sottili ma potenzialmente più duraturi riguarda la posizione del dollaro nel sistema monetario internazionale — quello che l’economista francese Valéry Giscard d’Estaing definì negli anni Sessanta il «privilegio esorbitante» degli USA: il vantaggio straordinario derivante dall’essere l’emittente della valuta di riserva globale.

Quel privilegio non è un dato di natura. È il prodotto di decenni di costruzione istituzionale: la stabilità delle istituzioni americane, l’indipendenza della Federal Reserve, il rispetto dei contratti, la prevedibilità del sistema legale. Il mondo vuole dollari perché si fida che queste caratteristiche siano permanenti. Il dollaro è usato nell’89% di tutte le transazioni in valuta estera; le banche centrali globali detengono il 57% delle loro riserve in dollari, contro il 20% in euro e meno del 3% in renminbi. Questa asimmetria è enorme — ma non è immobile.

Il segnale più allarmante si è manifestato durante la crisi Iran: in ogni crisi geopolitica degli ultimi cinquant’anni, il dollaro si era rafforzato come rifugio sicuro — il classico flight to quality dei mercati finanziari. Nel 2026, il dollaro si è indebolito. Non è stato certamente un crollo; ma il meccanismo automatico si è inceppato. Come ha documentato Bloomberg a febbraio 2026 in «Why Even a Hint of ‘Sell America’ Rattles Global Markets», la narrativa «Sell America» non è più un’ipotesi di lavoro per traders speculativi: sta diventando una premessa strutturale per una quota crescente di investitori istituzionali globali in reddito fisso denominato in valute estere.

Nel frattempo, la Cina costruisce la propria assicurazione: il sistema cinese alternativo al circuito Swift, il CIPS (Cross-Border Interbank Payment System) conta 1.700 istituzioni partecipanti in 120 paesi; la valuta digitale e-CNY e la piattaforma mBridge avanzano. Non sostituiscono il dollaro e sono ancora lontanissimi da questo obiettivo, ma costruiscono un’infrastruttura parallela che potrebbe amplificarsi rapidamente in uno scenario di crisi acuta. Joseph Nye e Robert Keohane, nel loro saggio «The End of the Long American Century» pubblicato su Foreign Affairs nel febbraio 2026, sintetizzano il problema con nitidezza: «Assalire l’interdipendenza significa scalzare le stesse fondamenta del potere americano. Continuare l’attuale politica estera di Trump indebolirà gli Stati Uniti e accelererà l’erosione dell’ordine internazionale che dal Secondo Dopoguerra ha servito tanti paesi e soprattutto gli Stati Uniti.». Emblematico di quanto l’ordine liberale basato sulle regole fosse una creazione istituzionale funzionale agli interessi innanzitutto americani è ben rappresentato dall’effetto leva che ha consentito: gli USA con una popolazione pari solo al 4,2% di quella mondiale sono arrivati ad esprimere (e quindi controllare) il 25% del PIL annuo ed il 63% della capitalizzazione di borsa globali.

VIII. Il paradosso geopolitico: la Cina non ha fatto quasi niente per vincere

È necessario soffermarsi su un elemento che il dibattito pubblico tende a trascurare nella sua preoccupazione per l’ascesa cinese: la Cina non è diventata più potente in termini geopolitici assoluti. Ha vinto posizioni relative perché gli Stati Uniti le hanno cedute.

La distinzione è strategicamente cruciale. Bloomberg ha documentato come la pressione americana sulla NATO stia spingendo le potenze medie a riposizionarsi verso Pechino. Non per entusiasmo verso il modello cinese che rimane autoritario, opaco e percepito come strutturalmente rischioso da molti governi, ma per puro pragmatismo: la Cina è prevedibile, mantiene i propri accordi commerciali, non impone condizioni politiche volatili, non minaccia i propri partner con dazi improvvisi o campagne sui social media del presidente.

Il meccanismo descritto da Foreign Affairs, cioè il circolo vizioso della frammentazione, si applica qui con piena forza: quando i paesi cercano di ridurre le vulnerabilità in modo indipendente, rischiano di innescare un processo in cui l’uscita di ciascuno da un mercato condiviso abbassa il valore di quel mercato per chi rimane, incoraggiando a sua volta altri a ritirarsi. Le politiche “Buy American” dell’amministrazione Trump, contagiose per definizione, hanno già prodotto i loro omologhi europei: a febbraio, i leader dell’UE hanno avanzato misure analoghe denominate “Buy European”. Senza coordinamento, gli alleati rischiano di scivolare in una quasi-autarchia che peggiora la situazione di tutti.

L’amministrazione Trump ha declassato questo rischio, sottolineando l’abbondanza di combustibili fossili americani. Ma il mondo si sta rapidamente elettrificando ed è una tendenza che la crisi di Hormuz ha ulteriormente accelerato: cedere il mercato globale delle tecnologie pulite a Pechino equivale a concedere alla Cina una leva economica strutturale su tutti gli altri attori del sistema. Ad esempio BYD ha già superato Tesla come produttore di veicoli elettrici più venduto al mondo. Le case automobilistiche cinesi rappresentano oltre tre quarti delle vendite globali di veicoli elettrici. Questo non è un vantaggio effimero.

IX. La difesa interna: l’argomento del consolidamento strategico

Sarebbe intellettualmente disonesto non esaminare la prospettiva opposta. Su Foreign Affairs, A. Wess Mitchell, ex Sottosegretario di Stato nel primo mandato Trump, ha pubblicato «A Grand Strategy of Consolidation», sostenendo che quello che sembra suicidio strategico è in realtà una scelta consapevole di riorientamento. L’argomento è rigoroso: gli USA stavano sovra-estendendosi globalmente, cercando di gestire in simultanea la competizione con la Cina, la deterrenza in Europa, l’instabilità mediorientale e decine di altri impegni: è il cosiddetto “problema della simultaneità”. La strategia di consolidamento riconosce questa impossibilità e accetta deliberatamente rischi maggiori in Europa e Medio Oriente per concentrare le risorse sul teatro Indo-Pacifico.

L’analogia storica è quella dell’ammiraglio britannico Fisher nel 1904: il Regno Unito ha avuto il coraggio di ridisegnare la marina britannica intorno alla minaccia tedesca, accettando di ridurre la presenza coloniale e periferica per concentrare la potenza navale dove contava. Non era una ritirata: era un riorientamento strategico.

La logica è solida, ma si scontra con l’esecuzione. La strategia di consolidamento funziona solo se la riduzione degli impegni periferici avviene in modo controllato, con comunicazione strategica agli alleati, con costruzione di capacità sostitutive, con mantenimento del soft power nei teatri abbandonati. Non funziona se si aliena contemporaneamente Canada, Danimarca, Germania, Francia, Giappone e Corea del Sud senza offrire alternative. Non funziona se si smantella il soft power (USAID, Voice of America, le reti culturali), proprio mentre si riduce lo hard power dispiegato. Non funziona se si perde la guerra nel teatro mediorientale da cui si pretenderebbe di ritirarsi ordinatamente. E soprattutto non funziona se la Cina, che si vorrebbe isolare, emerge dal periodo con più influenza, più alleati regionali e più opportunità di riposizionamento rispetto a prima.

Il confronto con Fisher è illuminante anche per un secondo verso: Fisher operava con il pieno supporto istituzionale della marina britannica, con una dottrina comunicata agli alleati, con una visione decennale. L’amministrazione Trump opera per tweet, revoca le proprie decisioni in risposta ai movimenti di mercato, e ha sostituito la dottrina con la tattica giorno per giorno.

X. Cosa fare: una agenda per la guerra economica sostenibile

L’analisi di Foreign Affairs conclude con indicazioni operative che meritano attenzione anche da una prospettiva europea, poiché le scelte di Washington ridisegneranno in modo strutturale l’architettura geoeconomica in cui ci troviamo ad operare.

Il primo imperativo è distinguere tra leva reale e leva fittizia. I veri punti di strangolamento (dollaro, semiconduttori avanzati, terre rare) devono essere gestiti con chirurgica precisione e obiettivi dichiarati: stigmatizzazione, indebolimento o coercizione richiedono strategie completamente diverse. L’uso indiscriminato di tutti gli strumenti contemporaneamente, senza distinguere tra questi obiettivi, produce rendimenti decrescenti e accelera l’adattamento degli avversari. Una delle università più prestigiose della Russia ha recentemente lanciato un master in elusione delle sanzioni: è il segno che la guerra economica americana si è istituzionalizzata abbastanza da generare una risposta istituzionale speculare.

Il secondo imperativo è il coordinamento con gli alleati. Le sanzioni coordinate con l’UE e i partner del G-7 sono più efficaci non perché siano più potenti, ma perché non creano un premio di rischio geopolitico sul dollaro rispetto ad altre valute di riserva. Nei tre anni successivi al congelamento delle riserve della banca centrale russa nel febbraio 2022, l’uso del dollaro nei pagamenti internazionali è effettivamente aumentato, guadagnando quota a scapito di euro, sterlina e yen. La coordinazione funziona: il problema è che l’attuale amministrazione non la persegue, trattando gli alleati come avversari commerciali da cui estrarre concessioni ed una quota crescente di rendite.

Il terzo imperativo è la costruzione di capacità sostitutive nelle aree di vulnerabilità critica: terre rare, farmaceutica, tecnologie per l’energia pulita, semiconduttori. Non sostituzione totale che è proibitiva in termini di costo e di tempo, ma sviluppo di forniture parallele sufficienti a spezzare il monopolio cinese e ridurre l’esposizione alla coercizione. La zona commerciale per i minerali critici proposta dall’amministrazione Trump, o CMTB (Critical Minerals Trading Bloc) è un blocco commerciale preferenziale che punta a unire gli Stati Uniti e i loro alleati per spezzare il monopolio della Cina sulla catena di approvvigionamento di materie prime essenziali come terre rare, litio e cobalto.

Nel febbraio 2026, tutti i membri del precedente Minerals Security Partnership (14 paesi più la Commissione Europea) hanno accettato il mandato allargato di FORGE, il nuovo Forum on Resource Geostrategic Engagement che, con delegazioni di 54 paesi al Ministerial inaugurale, adotta una logica di “coalizione di volenterosi” includendo stati produttori dell’Africa, dell’Asia centrale e dell’America Latina, insieme a USA, Unione Europea, Giappone e Corea del Sud. A differenza del MSP — un veicolo di coordinamento degli investimenti orientato alla clean energy — FORGE ha l’obiettivo dichiarato di stabilire price floor comuni, standard condivisi e accesso preferenziale al mercato condizionato all’aderenza a regole commerciali concordate

Il vero test, come ha riconosciuto lo stesso Commissario Šefčovič, sarà l’esecuzione.», in un contesto in cui gli USA continuano a trattare quegli stessi alleati da avversari commerciali su altri dossier.

Il quarto imperativo, il più difficile politicamente, è la costruzione della resilienza interna: la riduzione della dipendenza dal petrolio, che ha costretto l’amministrazione a revocare sanzioni sull’Iran e sulla Russia nel mezzo della crisi pur di abbassare i prezzi alla pompa ed il rafforzamento del consenso pubblico attorno agli obiettivi della guerra economica, che è condizione necessaria per sostenerne il costo nei momenti di escalation.

XI. L’oligarchia transnazionale: il nodo che spiegherebbe l’incoerenza

Rimane da spiegare il paradosso più difficile: come è possibile che una strategia implementata in modo così autolesionista, dal punto di vista dell’interesse strategico americano, persista nonostante le evidenze contrarie?

Snyder offre una risposta certamente di parte (liberal-domocratica), ma che appare analiticamente coerente: «L’oligarchia è internazionale, non nazionale. MAGA non è un movimento nazionalista: è un movimento internazionale.» Budapest ha giocato un ruolo rilevante come hub tra Mosca e Washington. Allargando l’orizzonte, i contratti del World Liberty Fund con gli emirati del Golfo, la vendita degli F-35 all’Arabia Saudita, paese con profondi legami con la Cina, la dismissione di USAID, sarebbero scelte solo apparentemente irrazionali, dal punto di vista dell’interesse nazionale, ma che diventano comprensibili se si assume che l’interesse servito non sia solo quello dello Stato americano, bensì quello di una rete transnazionale di potere personale.

Lo storico Jonathan Levy di Sciences Po ha descritto questo fenomeno come governo “patrimoniale”: la lealtà è dovuta alla persona del presidente, non alle leggi e alle istituzioni. È una configurazione che la storia ha visto molte volte, ma mai prima alla guida della potenza con il più grande arsenale di armi economiche mai costruito.

La vittoria di Péter Magyar in Ungheria nell’aprile 2026 ha eliminato uno dei nodi di quella rete. È un precedente che Snyder considera importante, non perché cambi direttamente la politica americana, ma perché dimostra che il circuito oligarchico internazionale è vulnerabile alle scelte democratiche organizzate sul territorio. Magyar ha battuto Orbán dopo due anni di lavoro organizzativo nelle province, costruendo una narrazione che connetteva due temi solitamente separati: il caro vita e la democrazia, mostrandoli come manifestazioni dello stesso abuso di potere. Il precedente polacco del 2023 con la vittoria di Tusk aveva tracciato la stessa via.

La lezione sarebbe quindi trasferibile: la sintesi tra affordability e democrazia è la sola narrativa politica che ha dimostrato di poter battere il populismo oligarchico nei sistemi di “autoritarismo competitivo”: Levitsky e Way li descrivono come paesi in cui c’è un meccanismo democratico in cui si vota, ma la leadership al potere utilizza ampiamente gli strumenti dello Stato (dal potere giudiziario, ai fondi pubblici, al controllo dei media) per rendere più difficile la competizione dell’opposizione.

XII. Per noi italiani ed europei che cosa comporta questa evoluzione

Esiste un momento in cui il giudizio sui processi che si svolgono dall’altra parte dell’Atlantico deve trasformarsi in agenda operativa per chi si trova da questo lato ed il momento, per gli Stati alleati nell’Unione Europea, non è più rinviabile.

Le condizioni che hanno reso conveniente per gli USA una strategia di egemonia unipolare articolata in un sistema liberale basato sulle regole non esistono più e non torneranno. Non perché gli USA siano diventati cattivi o abbiano cambiato valori: ma perché la redistribuzione della ricchezza globale, con la Cina oggi prima economia mondiale in parità di potere d’acquisto e con una trasformazione sempre più rapida da soft ad hard power, ha modificato strutturalmente la matematica dell’egemonia. Nessuno Stato può sostenere indefinitamente il costo di essere il garante dell’ordine globale: l’America ha smesso di ritenere che quel ritorno valga il costo. Questa valutazione può essere sbagliata, ed io ritengo che lo sia, per le ragioni esposte in questo articolo, ma è basata su evidenze oggettive.

La domanda che l’Europa deve porsi non è dunque quando l’America tornerà alla normalità. Dobbiamo piuttosto decidere come possiamo costruire la nostra autonomia strategica, in modo compatibile con il mantenimento delle relazioni transatlantiche, ma che non dipenda dalla loro continuità per la nostra sicurezza.

Per l’Italia, questa domanda ha una dimensione concreta e immediata. Siamo un paese con una manifattura avanzata, fortemente esposta alle catene di fornitura globali, dipendente dall’energia importata, con un sistema bancario sensibile ai movimenti del dollaro e dei Treasury americani. Ogni oscillazione nel sistema geoeconomico globale si trasferisce sui nostri costi di produzione, sui nostri mercati di sbocco, sulla competitività delle nostre imprese. Non è una questione accademica: è una questione di sopravvivenza industriale.

Il suicidio della superpotenza, se si completasse, non avrebbe conseguenze solo per gli americani. Avrà conseguenze per tutti noi, nei mercati, nella sicurezza energetica, nel modello di sviluppo. Il riposizionamento strategico globale è già in corso: Canada, Australia, Giappone, Corea del Sud stanno costruendo strutture di autonomia su cui non investivano dai decenni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale. L’UE sta accelerando sul mercato dei capitali unificato, sull’euro digitale, sulla riduzione delle dipendenze nelle terre rare e nella farmaceutica.

È un momento di costruzione, non solo di analisi. E la prima condizione per costruire qualcosa di solido, per non essere, come ha detto Carney a Davos, «nel menù», è capire esattamente com’è fatto il tavolo.

Non serve domandarsi se gli Stati dell’Europa (ed i loro alleati extra UE) possano permettersi l’autonomia: in termini di puro realismo non possiamo più permetterci di continuare senza.

Autore: Prof. Alessandro Pozzi, Dipartimento di Ingegneria Meccanica, POLIMI.

Laurea Magistrale in Ingegneria Meccanica – Defense & Security – Corso di Geopolitica per la Difesa e la Sicurezza – POLIMI A.A. 2025/2026


Integrare l’analisi geopolitica nelle valutazioni di allocazione strategica è ormai indispensabile.

C’è un forte bisogno, da parte di Leader aziendali e responsabili degli investimenti, di avere una visione strategica, per dare senso, creare connessioni nuove e individuare opportunità nei rapidi cambiamenti in atto, sempre più guidati dai processi decisionali degli Stati.


Puoi essere sempre aggiornato consultando gli “appunti di geopolitica” di questo sito ed iscrivendoti gratuitamente alla newsletter “Geopolitica Difesa Sicurezza”: un filo diretto con l’innovativo insegnamento POLIMI GDS, che ti mette a disposizione sintesi dei seminari, le testimonianze esclusive e le analisi.

Subscribe on LinkedIn

Subscribe on LinkedIn https://www.linkedin.com/build-relation/newsletter-follow?entityUrn=7241839645951447040

potrebbe interessarti
Automazione e intelligenza artificiale come risposta a tre…
Alla data di pubblicazione di questo articolo è…
Per chi si occupa di economia e mercati,…