Geopolitica per la Difesa e la Sicurezza

LA GRANDE STRATEGIA DELLA CINA


Automazione e intelligenza artificiale come risposta a tre vulnerabilità esistenziali: dipendenza dall’estero, declino demografico, competizione geopolitica

di Alessandro Pozzi — Docente al Politecnico di Milano, esperto di geopolitica ed economia

La Cina di Xi Jinping sta conducendo, sotto i nostri occhi, uno degli esperimenti di pianificazione strategica più ambiziosi della storia contemporanea: usare un’unica famiglia di tecnologie costituita da automazione e intelligenza artificiale, per affrontare simultaneamente tre vulnerabilità che la leadership del Partito considera esistenziali per il progetto di “rinascita nazionale” fissato per il 2049: la dipendenza tecnologica ed economica dall’estero, il declino demografico in un contesto di crescente competizione geopolitica con gli Stati Uniti ed il sistema di alleanze occidentale.

In questa analisi e podcast, ricostruiamo la logica e soprattutto l’implementazione di questa strategia, la sosteniamo con i dati quantitativi più solidi reperibili da fonti autorevoli ed in particolare da istituti di analisi della sicurezza (IISS, CSET, RAND, CSIS), centri di ricerca economica e sinologica (Brookings, MERICS) e agenzie statistiche ufficiali (National Bureau of Statistics e Ministero degli Affari Civili della RPC, International Federation of Robotics, SIPRI).

Molto concretamente, ne offriamo una valutazione critica, alla luce sia della coerenza interna, sia delle resistenze che la stessa società cinese le oppone. L’obiettivo è fornire strumenti innovativi per comprendere un mondo in rapido cambiamento, delineando le probabili implicazioni della strategia cinese su geoeconomia ed equilibrio tra Grandi Potenze.

Trovi di seguito l’articolo completo oltre ai link per ascoltarlo in PODCAST su YouTube, suddiviso in due parti.

Buona lettura e ascolto !

1. Il quadro strategico: dalla rincorsa tecnologica all’autosufficienza

La letteratura accademica sulla grande strategia cinese, a partire dal lavoro di Rush Doshi per la Brookings Institution (vedi The Long Game, pubblicato da Oxford University Press nel 2021) descrive un percorso in fasi successive: prima “smussare” (blunting) il potere regionale statunitense in Asia, poi “costruire” un ordine sino-centrico, infine, dal 2017 in avanti, “espandere” entrambe le logiche su scala globale.

Il 15° Piano Quinquennale (2026-2030), approvato dal Congresso Nazionale del Popolo nel marzo 2026, rappresenta la cristallizzazione più recente di questa traiettoria, e introduce un cambio di registro strategico.

Il segnale più citato è basato sul lessico usato dal Partito Comunista Cinese ed è analiticamente rivelatore: il nuovo Piano menziona l’intelligenza artificiale 52 volte, contro appena 6 occorrenze nel ciclo di pianificazione precedente del 2021, secondo l’analisi del Peterson Institute for International Economics che troviamo ripresa anche dal forum DigiChina di Stanford. Il documento dedica inoltre una sezione intera all’autosufficienza tecnologica, richiedendo allo Stato di adottare “misure straordinarie” per ridurre la dipendenza da tecnologie estere, senza specificare in cosa consistano tali misure, secondo l’analisi di Trivium China, ma segnalando comunque una accelerazione rispetto al linguaggio più cauto dei piani precedenti.

Gli analisti del World Economic Forum notano che la sequenza interna delle priorità è essa stessa un segnale: se nel 14° Piano l’innovazione tecnologica veniva enunciata come tema isolato, nel 15° Piano un sistema industriale modernizzato occupa il primo posto e l’innovazione lo segue immediatamente — una sequenza che riflette un obiettivo pratico: trasformare le scoperte di laboratorio in capacità produttiva scalabile, non limitarsi alla ricerca di frontiera. L’intelligenza artificiale, in questo quadro, non è più trattata come uno dei tanti settori prioritari, ma secondo la sintesi del forum DigiChina, è diventata “la logica organizzativa di una trasformazione industriale ampia”.

Per comprendere la traiettoria della Cina contemporanea dobbiamo superare una lettura frammentata delle sue politiche industriali, energetiche, tecnologiche e militari. Dalla corsa ai semiconduttori agli investimenti nelle energie rinnovabili, dalla robotizzazione dell’industria all’espansione della marina militare, queste iniziative rispondono a una logica comune: aumentare l’autonomia strategica del Paese in un contesto di crescente competizione con gli Stati Uniti.

La leadership guidata da Xi Jinping parte dalla constatazione che nonostante sia la seconda economia mondiale ed il principale esportatore globale, la Cina continua a dipendere dall’esterno in alcuni settori ritenuti essenziali per la sicurezza nazionale. Questa vulnerabilità è emersa con particolare evidenza dopo le restrizioni statunitensi sulle tecnologie avanzate, che hanno limitato l’accesso cinese ai semiconduttori più sofisticati e alle capacità di calcolo necessarie per l’intelligenza artificiale.

L’autosufficienza tecnologica è stata individuata come una priorità strategica e coerentemente nel 2024 la Cina ha realizzato circa il 47% degli investimenti globali nella manifattura di semiconduttori, una quota superiore a quella di qualsiasi altra regione del mondo. L’obiettivo non è soltanto economico: è ridurre il rischio che un avversario possa rallentare lo sviluppo del Paese attraverso il controllo di tecnologie critiche.

Una seconda vulnerabilità riguarda la sicurezza energetica. La Cina importa oltre il 70% del petrolio che consuma e rimane il maggiore importatore mondiale di greggio. Una quota significativa di queste importazioni attraversa lo Stretto di Malacca, uno dei principali punti di strozzatura del commercio marittimo globale. Per questo motivo Pechino sta investendo contemporaneamente nelle energie rinnovabili, nel nucleare, nelle reti elettriche e nei veicoli elettrici. Secondo l’International Energy Agency, la Cina rappresenta oggi circa il 60% delle nuove installazioni mondiali di energia rinnovabile, una quota senza precedenti nella storia della transizione energetica.

Il terzo pilastro della strategia cinese è lo sfruttamento delle vulnerabilità internazionali legate alle materie prime critiche. La Cina controlla oltre il 90% della capacità globale di raffinazione delle terre rare e circa il 94% della produzione mondiale di magneti permanenti ad alte prestazioni. Questo dominio non è soltanto il risultato di vantaggi geologici, ma di una strategia industriale perseguita per decenni. Pechino considera il controllo delle filiere critiche una forma di assicurazione strategica in un mondo caratterizzato da crescente competizione geopolitica.

Accanto alle dipendenze esterne, la leadership cinese deve affrontare una sfida interna di natura strutturale: il declino demografico. Nel 2024 la popolazione cinese è diminuita per il terzo anno consecutivo e le Nazioni Unite stimano che potrebbe scendere sotto gli 800 milioni di abitanti entro la fine del secolo. In risposta, la Cina sta investendo massicciamente in automazione, robotica e intelligenza artificiale. Nel 2023 il Paese ha installato oltre il 50% dei nuovi robot industriali venduti nel mondo. La robotizzazione non rappresenta soltanto una politica industriale, ma una risposta strategica all’invecchiamento della forza lavoro.

Osservate nel loro insieme, queste politiche rivelano la vera natura della grande strategia cinese. L’obiettivo fondamentale non è semplicemente crescere più rapidamente o aumentare il proprio peso economico, ma costruire un sistema nazionale capace di resistere a shock esterni, pressioni geopolitiche e vincoli strutturali interni. Tecnologia, energia, materie prime, automazione e capacità militari sono strumenti diversi al servizio della stessa finalità: garantire alla Cina la libertà di perseguire i propri obiettivi strategici anche in un contesto internazionale sempre più competitivo.

In questo senso, la grande strategia di Pechino è il tentativo di trasformare la Cina da potenza integrata nella globalizzazione a potenza in grado di prosperare anche in un mondo più frammentato, conflittuale e caratterizzato dalla rivalità tra grandi potenze.

Vediamo concretamente come si sviluppa questa competizione e quali sono i prevedibili effetti geoeconomici, nel breve e medio termine.

2. Prima vulnerabilità: la dipendenza dall’estero

Le politiche industriali cinesi stanno creando un “modello di dominio, dipendenza e ricatto” (Ursula von der Leyen, 2025): il settore manifatturiero cinese, di dimensioni sproporzionate rispetto al PIL (che rappresenta quasi il 25% del totale, contro una media mondiale del 15%), sta alimentando la crescita militare cinese e la sua aggressività economica. Pechino ha dato un impulso decisivo alle industrie manifatturiere con sussidi statali, acquisizione di proprietà intellettuale e una valuta sottovalutata per stimolare l’occupazione e la crescita economica, creare aziende leader a livello nazionale, ridurre la dipendenza dall’estero e dominare i settori strategici. Questa strategia di sovracapacità produttiva, ha il potenziale di erodere le basi industriali dei paesi occidentali e dei loro alleati in asia, rendendoli dipendenti da Pechino, ma l’enorme mercato di esportazione cinese rappresenta anche un punto debole. Poiché i consumi interni delle famiglie non hanno tenuto il passo con la produzione industriale (si attestano intorno al 40% del PIL, rispetto a una media globale di circa il 60%) l’economia cinese dipende dai mercati esteri per sostenere l’occupazione e la crescita.

Meno visibili, ma strategicamente ancora più rilevanti, sono le interdipendenze concentrate in tre nodi critici dell’economia globale, ciascuno caratterizzato da una specifica geografia del rischio: i semiconduttori e la capacità di calcolo avanzata, l’energia e la gestione coercitiva delle materie prime critiche.  

2.1 Semiconduttori e capacità di calcolo

Il precedente piano “Made in China 2025” aveva fissato l’obiettivo di un’autosufficienza del 70% nei semiconduttori entro il 2025: secondo l’analisi Nikkei ripresa da TrendForce ed Electronics Weekly, la Cina ha raggiunto a fine 2024 solo circa il 33% di autosufficienza nella fornitura di chip, mancando largamente l’obiettivo. Il nuovo orizzonte, fissato per il 2030, punta all’80% — un balzo che secondo gli stessi osservatori richiederebbe una accelerazione senza precedenti, soprattutto nei nodi avanzati: l’accesso alla litografia ultravioletta estrema (EUV), di cui ASML resta l’unico fornitore mondiale, continua a essere vietato dai controlli statunitensi all’export, limitando la capacità cinese di produrre in autonomia chip a 7 nanometri e sotto.

Sul fronte delle attrezzature per la produzione, il quadro è ancora più arretrato: secondo IC Wise e TrendForce, il tasso di fornitura locale delle attrezzature per semiconduttori era solo del 13,6% nel 2024. La risposta statale è commisurata alla gravità percepita del problema: il terzo round del “Big Fund” nazionale per i circuiti integrati ha mobilitato oltre 47 miliardi di dollari (oltre 344 miliardi di renminbi), più della somma dei primi due round, secondo l’analisi della rivista Economics Observatory.

Dal punto di vista strategico quindi, la dipendenza cinese nei semiconduttori non è un semplice gap produttivo, ma una vulnerabilità strutturale multilivello che attraversa l’intera architettura della catena del valore globale dei chip. Anche assumendo stime di mercato che collocano l’autosufficienza complessiva attorno a un terzo del fabbisogno nazionale, tale indicatore nasconde una forte asimmetria tra segmenti maturi (nei quali la Cina ha raggiunto una relativa competitività industriale) e i nodi avanzati, dove permane una dipendenza critica da attori esterni come TSMC, Samsung e soprattutto dall’ecosistema tecnologico statunitense.

Il collo di bottiglia non risiede unicamente nella disponibilità di macchinari litografici estremi (EUV), dominati da ASML e soggetti a restrizioni all’export coordinate tra Stati Uniti e Paesi Bassi, ma nell’intero stack tecnologico che include strumenti di progettazione elettronica (EDA), materiali ultrapuri, photoresist avanzati e sistemi di metrologia di precisione, senza i quali la scalabilità industriale dei nodi sub-7nm rimane limitata e non competitiva.

A questo si aggiunge una dipendenza meno visibile ma strategicamente rilevante dalla domanda globale, che sostiene la scala produttiva cinese nei chip maturi e introduce un rischio di overcapacity in scenari di decoupling progressivo. In questo quadro, le restrizioni statunitensi non operano come singole misure commerciali, ma come un regime di “contenimento tecnologico” che tratta capacità di calcolo e semiconduttori avanzati come asset dual-use rilevanti per la sicurezza nazionale. Ne risulta un sistema in cui la Cina, pur avendo costruito una base industriale estremamente ampia e resiliente nei segmenti maturi, rimane strutturalmente esposta nei livelli più avanzati della filiera, dove si concentrano i vantaggi competitivi, militari e di intelligenza artificiale del XXI secolo.

2.2 Energia: il “dilemma di Malacca”

La Cina importa dall’estero circa un quinto del proprio fabbisogno energetico complessivo, ma questa dipendenza è fortemente concentrata sugli idrocarburi. Oltre il 70% del petrolio consumato nel Paese proviene infatti da importazioni e una quota compresa tra il 70% e l’80% di tali flussi transita attraverso lo Stretto di Malacca. Si tratta di uno dei principali colli di bottiglia marittimi del pianeta: nel suo punto più stretto il canale navigabile misura meno di tre chilometri, una vulnerabilità che Hu Jintao identificò già nel 2003 come il “Malacca Dilemma”. Poiché circa il 90% del commercio estero cinese viaggia via mare, la sicurezza delle rotte marittime rappresenta una questione strategica centrale per Pechino. In questo contesto vanno letti gli investimenti in oleodotti e gasdotti alternativi attraverso il Myanmar, nonché il Corridoio Economico Cina-Pakistan nell’ambito della Belt and Road Initiative: iniziative che rispondono a molteplici obiettivi economici e geopolitici, ma che contribuiscono anche a ridurre la dipendenza da un unico chokepoint marittimo.

Per oltre due decenni la crescita economica cinese è stata accompagnata da un progressivo aumento della dipendenza energetica dall’estero. Se negli anni Novanta la Repubblica Popolare era sostanzialmente autosufficiente sul piano petrolifero, oggi è il maggiore importatore mondiale di greggio e uno dei principali acquirenti di gas naturale liquefatto (GNL). Questa vulnerabilità rappresenta uno dei principali fattori che orientano la strategia industriale, tecnologica e geopolitica di Pechino.

La Cina non dipende dall’estero per la maggior parte dell’energia che consuma. Il carbone, che rappresenta ancora la principale fonte del mix energetico nazionale, è estratto prevalentemente sul territorio nazionale, mentre la produzione domestica di elettricità da fonti rinnovabili, nucleare e idroelettrica è cresciuta rapidamente. La vera vulnerabilità riguarda invece gli idrocarburi liquidi: oggi la Cina importa oltre il 70% del petrolio che consuma, pari a circa 11 milioni di barili al giorno nel 2024.

La criticità non è soltanto quantitativa, ma soprattutto geografica. Circa il 90% del greggio importato raggiunge la Cina via mare e una quota largamente maggioritaria transita attraverso lo Stretto di Malacca, uno dei più importanti colli di bottiglia marittimi del pianeta. Questa concentrazione dei flussi rende il sistema energetico cinese potenzialmente esposto a crisi regionali, blocchi navali o tensioni geopolitiche nell’Indo-Pacifico, il cosiddetto Malacca Dilemma, individuato già nei primi anni Duemila come una delle principali vulnerabilità strategiche del Paese.

Negli ultimi anni la risposta di Pechino è stata articolata e coerente. Più che perseguire un’improbabile autosufficienza energetica, la leadership cinese sta costruendo un sistema capace di ridurre progressivamente il peso delle importazioni più vulnerabili.

I tre pilastri della strategia cinese per ridurre la dipendenza energetica

Il primo pilastro consiste nella massiccia elettrificazione dell’economia. La diffusione dei veicoli elettrici rappresenta una scelta di sicurezza nazionale prima ancora che ambientale. Nel 2024 i veicoli elettrici hanno raggiunto il 48% delle nuove immatricolazioni, superando con sei anni di anticipo l’obiettivo fissato per il 2030. Ogni automobile elettrica sostituisce infatti una quota di domanda di benzina e diesel che altrimenti dovrebbe essere soddisfatta attraverso importazioni di greggio.

Il secondo pilastro è rappresentato dall’espansione senza precedenti delle energie rinnovabili. La Cina è oggi il principale investitore mondiale nel settore e nel solo 2023 ha installato una capacità fotovoltaica pari a quella aggiunta dall’intero resto del mondo nel 2022. Secondo l’International Energy Agency (IEA), il Paese rappresenterà circa il 40% dell’espansione globale della capacità rinnovabile tra il 2019 e il 2024 e circa il 60% delle nuove installazioni mondiali nel corso di questo decennio.

La transizione della Cina verso l’autonomia strategica anche attraverso le rinnovabili, sta ridefinendo radicalmente l’economia energetica a livello mondiale. L’accelerazione della diffusione delle energie rinnovabili, delle reti elettriche e dei sistemi di accumulo in Cina, unita all’elettrificazione dei trasporti, degli edifici e dell’industria, sta rapidamente portando la stessa Cina verso il picco del consumo di combustibili fossili a fini energetici, riducendo al contempo i costi e accelerando l’adozione di tecnologie elettriche pulite in altri paesi. Queste due tendenze stanno creando le condizioni affinché il consumo globale di combustibili fossili a fini energetici raggiunga il picco e inizi a diminuire.

Un terzo elemento riguarda il rafforzamento della produzione elettrica nazionale attraverso il nucleare e il mantenimento del carbone come fonte di sicurezza. Negli ultimi cinque anni la Cina ha aggiunto 11 GW di capacità nucleare, più di qualsiasi altro Paese, continuando al tempo stesso ad approvare nuovi impianti a carbone. Questa apparente contraddizione riflette una precisa scelta strategica: privilegiare l’affidabilità dell’approvvigionamento elettrico durante la transizione energetica, evitando di sostituire la dipendenza dal petrolio con una nuova dipendenza dal gas importato.

Parallelamente, Pechino sta diversificando le rotte di approvvigionamento. Gli oleodotti provenienti dalla Russia, dal Kazakistan e dal Myanmar riducono, almeno in parte, la dipendenza dalle rotte marittime, mentre l’espansione delle riserve strategiche di petrolio aumenta la resilienza del sistema in caso di interruzioni temporanee delle forniture. Sebbene il trasporto marittimo continui a rappresentare la modalità dominante, la presenza di corridoi terrestri offre una maggiore flessibilità operativa rispetto al passato.

Questa strategia evidenzia una caratteristica fondamentale dell’approccio cinese: la politica energetica è concepita come una componente della sicurezza nazionale. Le ingenti risorse destinate alle rinnovabili, alle batterie, ai veicoli elettrici, al nucleare e alle reti elettriche perseguono soprattutto la riduzione della vulnerabilità strategica del Paese e solo secondariamente rispondono ad obiettivi climatici.

In questa prospettiva, la transizione energetica cinese assume un significato diverso rispetto a quello prevalente in molte economie occidentali. Per Pechino, decarbonizzare significa anche diminuire l’esposizione ai mercati internazionali degli idrocarburi, limitare il potere coercitivo associato ai principali choke point marittimi e rafforzare l’autonomia decisionale in caso di crisi geopolitiche.

Il risultato è un modello energetico che potrebbe apparire contraddittorio: la Cina continua a essere il maggiore consumatore mondiale di carbone e, allo stesso tempo, il principale investitore globale nelle tecnologie pulite. In realtà, entrambe le scelte rispondono alla medesima logica strategica. La priorità non è la sostituzione immediata delle fonti fossili, bensì la costruzione di un sistema energetico sempre più resiliente, diversificato e meno dipendente da forniture esterne che potrebbero essere utilizzate come strumento di pressione geopolitica.

2.3 Materie prime critiche: da vulnerabilità altrui a leva di coercizione propria

Il caso più istruttivo è quello delle terre rare, perché mostra come Pechino abbia trasformato una storica dipendenza occidentale in uno strumento di pressione strategica. La Cina estrae circa il 60% delle terre rare mondiali, controlla oltre il 90% della capacità globale di raffinazione e produce circa il 94% dei magneti permanenti ad alte prestazioni, secondo l’International Energy Agency. Nell’aprile 2025 Pechino ha introdotto controlli all’esportazione su sette elementi delle terre rare medio-pesanti e, nell’ottobre dello stesso anno, ha esteso le restrizioni ad altri cinque elementi, molti dei quali sono impiegati in sistemi di difesa, semiconduttori, motori elettrici, radar e piattaforme avanzate come l’F-35. L’effetto è stato immediato: numerosi produttori occidentali hanno registrato difficoltà di approvvigionamento e alcuni impianti hanno rallentato temporaneamente la produzione.

Lo stesso schema era già emerso con l’antimonio, minerale critico distinto dalle terre rare: dopo i controlli introdotti nel 2024, le esportazioni cinesi sono diminuite di circa il 97%, contribuendo a un forte aumento dei prezzi internazionali.

Questa strategia offre a Pechino un’importante leva negoziale nel breve periodo, ma produce anche un effetto opposto: accelera gli investimenti in capacità estrattive, di raffinazione e di produzione di magneti permanenti in Paesi come Australia, Stati Uniti e altri partner industriali. Se questi progetti raggiungeranno la scala prevista, la concentrazione che oggi costituisce il principale vantaggio strategico della Cina potrebbe progressivamente ridursi.

La crescente centralità della Cina nelle catene di approvvigionamento delle materie prime critiche, in particolare terre rare, gallio, germanio e una serie di materiali industriali intermedi, è ormai uno degli elementi strutturali della competizione geoeconomica globale. Nel corso degli ultimi anni, i controlli all’export introdotti da Pechino hanno progressivamente trasformato una posizione di vantaggio industriale in una leva strategica di influenza, utilizzata in modo sempre più selettivo e aggressivo nei confronti di Europa, Stati Uniti e partner asiatici.

Quella che inizialmente era una risposta contingente alle restrizioni tecnologiche e tariffarie occidentali si è evoluta in uno strumento permanente di gestione delle interdipendenze. La Cina non si limita più a dominare l’estrazione e la raffinazione di una parte significativa delle materie prime critiche, ma controlla anche segmenti cruciali della fase intermedia della catena del valore, come la produzione di magneti permanenti, celle per batterie e altri componenti industriali ad alta intensità energetica e tecnologica. È proprio in questi nodi intermedi che si concentra la maggiore leva strategica, poiché rappresentano passaggi obbligati per una vasta gamma di applicazioni civili e militari.

Questo sistema non è il risultato di un singolo vantaggio comparato, ma di una lunga traiettoria di politica industriale guidata dallo Stato, che ha combinato economie di scala, sussidi mirati, controllo regolatorio e, in alcuni casi, standard ambientali e del lavoro meno stringenti rispetto ai concorrenti. Il risultato è stata la progressiva concentrazione della capacità produttiva globale in un numero ristretto di chokepoint controllati dalla Cina.

In questo contesto, la leva cinese non risiede tanto nella possibilità di interrompere in modo permanente i flussi commerciali, quanto nella capacità di modularli: rallentamenti, restrizioni selettive e controlli sulle esportazioni diventano strumenti di pressione economica e diplomatica, con effetti immediati sulle catene produttive di settori strategici, inclusa la difesa.

Le risposte occidentali, dalla diversificazione delle fonti alla creazione di scorte strategiche, fino ai nuovi programmi di reshoring e friend-shoring, stanno emergendo, ma restano ancora frammentate e, soprattutto, insufficienti a replicare rapidamente la scala industriale cinese. Anche le iniziative coordinate tra Stati Uniti, Giappone ed Europa rischiano di generare tensioni interne alle stesse coalizioni di de-risking, sia per la competizione sull’accesso alle risorse sia per la tendenza a privilegiare filiere domestiche nelle politiche di creazione delle scorte strategiche.

Il rischio più rilevante per noi è che la vulnerabilità non riguarda soltanto le materie prime già oggetto di restrizioni, ma l’intero ecosistema dei materiali e dei componenti industriali intermedi. La Cina mantiene posizioni dominanti o fortemente concentrate in numerosi segmenti midstream e continua a rafforzare la propria presenza in ulteriori aree della manifattura avanzata, dai materiali per batterie ai semiconduttori legacy, fino ad alcune componenti della produzione elettronica.

La “weaponizzazione” delle catene di fornitura non è una rottura dell’interdipendenza globale, ma la sua gestione asimmetrica e coercitiva: la Cina opera all’interno del sistema, non al di fuori di esso, e proprio per questo la sua capacità di influenza tende a crescere con l’aumento della complessità delle catene del valore. Senza una strategia coordinata e di lungo periodo tra le principali economie avanzate, il rischio è che i tentativi di diversificazione finiscano per essere graduali, incompleti e strutturalmente insufficienti a ridurre la leva strategica oggi concentrata in pochi nodi industriali critici.

Un quadro equilibrato di questa dipendenza incrociata è offerto dal report “Tech Edge” del CSIS (Center for Strategic and International Studies, gennaio 2026), che introduce il concetto di “destrezza tecnologica”: nel 2025 la Cina ha fatto progressi in IA nonostante i vincoli sui chip, ha raggiunto risultati nella robotica e nel calcolo quantistico, e ha trasformato in arma il controllo sulla raffinazione delle terre rare, ma continua a confrontarsi con ritardi in alcuni pilastri dell’ingegneria di precisione, come i motori turbofan civili di ultima generazione e le macchine utensili CNC di fascia più elevata.

La domanda strategica, secondo il CSIS, non è quindi chi vinca la corsa tecnologica, ma se uno dei due contendenti tra Cina e USA possa raggiungere il traguardo senza le capacità dell’altro.

3. Seconda vulnerabilità: il declino demografico

Qui i dati più recenti segnano una rottura, non la semplice prosecuzione di un trend già noto. Le nascite in Cina hanno raggiunto il picco di 17,86 milioni nel 2016, l’anno della fine della politica del figlio unico, per poi scendere ininterrottamente fino ai 7,92 milioni del 2025 — il dato più basso registrato dalla fondazione della Repubblica Popolare nel 1949, secondo il National Bureau of Statistics ripreso da Wikipedia e Statista.

Figura 1. Nascite annuali in Cina, 2016–2025. Fonte: National Bureau of Statistics of China.

Il calo delle nascite è anticipato, con un anno o due di scarto, da un crollo ancora più marcato dei matrimoni: poiché in Cina la grande maggioranza delle nascite avviene all’interno del matrimonio, l’andamento delle registrazioni matrimoniali è considerato dai demografi indipendenti l’indicatore più affidabile della traiettoria futura delle nascite.

Figura 2. Matrimoni registrati in Cina, anni selezionati 2013–2024. Fonte: Ministero degli Affari Civili della RPC; CEIC Data.

Dal picco di 13,47 milioni di matrimoni nel 2013, la Cina è scesa a 6,11 milioni nel 2024 — un calo del 54,7% in undici anni, il livello più basso da quando il ministero ha iniziato a pubblicare questi dati nel 1986, secondo China Daily. Il breve rimbalzo del 2023 (7,68 milioni), legato all’effetto di recupero post-pandemico, si è rivelato un’eccezione isolata: nel 2024 la tendenza al ribasso è ripresa con un calo del 20,5% in un solo anno, e i dati del primo trimestre 2025 confermano un ulteriore calo dell’8%.

Il fenomeno non riguarda solo il ritardo del matrimonio, ma una vera e propria uscita dal mercato matrimoniale: la proporzione di persone non sposate a 30 anni è salita al 29,97% nel 2023, dal 14,56% del 2013. Si tratta di un raddoppio in un decennio, secondo i dati dell’annuario statistico cinese su popolazione e occupazione.

Perché le persone non si sposano e non fanno figli? I dati economici offrono una risposta più precisa delle spiegazioni puramente culturali. Lo YuWa Population Research Institute calcola che il costo di crescere un figlio fino ai 18 anni in Cina sia 6,3 volte il PIL pro capite del paese: un rapporto secondo solo alla Corea del Sud (7,79 volte) e ben superiore a Francia (2,24), Stati Uniti (4,11) e Giappone (4,26). In termini assoluti, il costo medio nazionale supera i 74.800 dollari fino ai 17 anni, che salgono a oltre 94.500 dollari includendo un percorso universitario. Le indagini sulle intenzioni di fecondità confermano che questo non è più un vincolo economico reversibile con sussidi mirati: una meta-analisi di 18 studi su oltre 43.000 partecipanti rileva che l’intenzione combinata di avere un terzo figlio è solo dell’11,85%, mentre un sondaggio nazionale su studenti universitari trova che il 26,6% non intende affatto sposarsi o avere figli in futuro.

Un ultimo fattore demografico, ereditato dalla politica del figlio unico, è lo squilibrio di genere: nel 2023 la Cina aveva il rapporto tra i sessi alla nascita più sbilanciato al mondo, circa 110-114 maschi per 100 femmine (con punte storiche di 121-130 in alcune province), risultando in circa 31 milioni di uomini in più rispetto alle donne nel paese, secondo Statista e il National Bureau of Statistics. Le proiezioni demografiche più citate, elaborate da ricercatori della Renmin University, stimano un surplus di circa 30 milioni di uomini in età da matrimonio nei prossimi decenni. Gli economisti Shang-Jin Wei e Xiaobo Zhang hanno documentato come la competizione per un numero insufficiente di potenziali spose generi una motivazione a risparmiare più aggressivamente per aumentare l’attrattività dei figli maschi sul mercato matrimoniale: un meccanismo che contribuisce sia all’alto tasso di risparmio cinese sia ai prezzi immobiliari elevati, e che si traduce direttamente in minore domanda di consumo interno.

La traiettoria aggregata che ne risulta è quella descritta dalla RAND Corporation: la forza lavoro cinese si contrarrà del 28% entro il 2050 rispetto al picco del 2015, mentre il rapporto di dipendenza degli anziani più che raddoppierà, dallo 0,21 del 2024 allo 0,52 del 2050. Un dettaglio rilevante per la pianificazione militare: la coorte 18-23 anni che è il bacino di reclutamento dell’Esercito Popolare di Liberazione, sarà meno della metà nel 2050 rispetto a oggi.

4. Terza vulnerabilità: la competizione geopolitica

La terza vulnerabilità è relazionale: il sistema internazionale a guida americana non lascia a Pechino lo spazio di manovra che la sua ascesa economica richiederebbe. La risposta cinese ha assunto due forme complementari: la modernizzazione militare e l’armamento delle proprie filiere critiche, già descritto nella sezione precedente.

Figura 3. Bilancio ufficiale della difesa cinese a confronto con le stime di spesa reale del SIPRI, 2022–2026. Fonte: bilanci ufficiali annunciati al Congresso Nazionale del Popolo; SIPRI Military Expenditure Database.

Il divario tra le due serie nel grafico precedente è esso stesso un dato analitico: secondo il progetto ChinaPower del CSIS, il bilancio ufficiale 2024 di circa 231 miliardi di dollari conviveva con una stima SIPRI di 313,7 miliardi e una stima IISS di 325 miliardi, mentre uno studio del 2024 di Taylor Fravel, George Gilboy ed Eric Heginbotham, basato su parità di potere d’acquisto settoriale, collocava la spesa reale cinese addirittura a 471 miliardi di dollari. L’opacità contabile non è un difetto del sistema: è parte della strategia di deterrenza cinese.

L’analisi più recente dell’IISS sul bilancio 2026 introduce un secondo elemento, meno intuitivo: la crescita reale del bilancio della difesa cinese è in decelerazione, dall’oltre 8% degli anni 2023-2025 al 6,4% del 2026, anche se la quota sul PIL ha raggiunto il punto più alto del decennio (1,32%, contro il 3,12% statunitense). Xi Jinping stesso ha richiesto una supervisione più rigorosa dei bilanci militari per garantire che “ogni centesimo sia usato efficacemente”: un’esortazione che non si pronuncia su un sistema privo di attriti interni, ma su un apparato che teme la propria opacità e corruzione quanto un avversario esterno.

Il Center for Security and Emerging Technology (CSET) di Georgetown documenta come questa modernizzazione si intrecci sempre più con l’economia civile attraverso la fusione civile-militare: la maggioranza dei fornitori di capacità IA militari sono ormai aziende civili e università, non più i tradizionali conglomerati statali della difesa, generando tecnologie “nate dual-use” perchè concepite da zero per servire contemporaneamente l’economia civile e l’apparato militare. Lo stesso CSET, in un report dedicato al Beijing Institute for General Artificial Intelligence, documenta come l’ambizione cinese sull’IA non si esaurisca nell’applicazione industriale: il direttore dell’istituto ha descritto il progetto, internamente, come paragonabile per importanza ai programmi delle “due bombe, un satellite” della Guerra Fredda, cioè il programma nucleare e spaziale cinese.

5. La dimensione sociopsicologica: involuzione, disimpegno, sfiducia

Le tre vulnerabilità esistenziali non si confrontano con numeri astratti, ma con le decisioni quotidiane di centinaia di milioni di persone. La letteratura accademica cinese e internazionale ha sviluppato un vocabolario specifico per descrivere il fenomeno collettivo che sta dietro ai dati demografici: l’involuzione (neijuan), definita come un ciclo di competizione interna che si autoalimenta, intrappolando gli individui in contese sempre più intense e in definitiva improduttive per risorse limitate. Il meccanismo generativo è quantificabile: il National Bureau of Statistics riporta circa 10,59 milioni di laureati nel 2024, 1,6 volte il numero del 2014, un’espansione dell’offerta che il mercato del lavoro non assorbe proporzionalmente.

La risposta psicologica documentata è il “sdraiarsi” (躺平, tangping): la letteratura clinica lo descrive come una modalità di disimpegno, spesso segnata da mancanza di obiettivi e da una visione pessimistica, anche se nella cultura cinese può assumere il significato più positivo di ricerca di calma interiore. I numeri che sostengono questo quadro sono concreti: 12,2 milioni di laureati sono entrati nel mercato del lavoro nel 2025 in competizione per posizioni limitate, con esempi documentati di rapporti domande/posti vicini a 150 a 1, quasi il 43% dei titoli di studio non corrisponde ai requisiti dei datori di lavoro e tra il 2021 e il 2025, la Cina ha chiuso o sospeso 12.200 corsi di laurea (oltre il 30% dei programmi nazionali), dichiarati “obsoleti” perché l’automazione e l’AI sono ora in grado di svolgere autonomamente gran parte delle mansioni pratiche.

A fronte di queste barriere all’entrata, i lavoratori delle aziende cinesi lavorano in media 48,7 ore a settimana: tra le più alte al mondo, proprio nel momento in cui i ritorni percepiti sullo sforzo si riducono.

Sul fronte della salute mentale, il National Depression Blue Book stima 95 milioni di persone affette da depressione in Cina, di cui il 50% studenti, con i minori di 18 anni che rappresentano circa il 30,3% del totale dei pazienti con problemi di salute mentale. Un’indagine nazionale del 2021 ha rilevato che il 17,5% dei minori presenta disturbi mentali diagnosticabili, con i disturbi che emergono a età sempre più precoci.

Il pessimismo si traduce direttamente in comportamento di spesa misurabile. L’indice di fiducia dei consumatori cinese, calcolato dall’Ufficio di Statistica, si attestava a 86,2 punti nel novembre 2024 su una scala dove 100 indica neutralità. Più significativo è il dato prospettico di AlixPartners per il 2026: mentre nei mercati maturi globali la fiducia dei consumatori scende gradualmente, in Cina l’intenzione di spesa netta è passata da +10 punti percentuali nel 2025 a -8 punti percentuali per il 2026: un’inversione radicale da motore di crescita a rischio di contrazione, in cui persino gli adulti sotto i 35 anni non condividono più l’ottimismo relativo dei loro coetanei nel resto del mondo.

“Il meccanismo che premia la competizione per risorse limitate amplifica il senso di futilità, portando gli individui a perdere motivazione e ad adottare il ‘sdraiarsi’ come modo per disimpegnarsi dai confronti sociali incessanti.”  — sintesi della letteratura psicologica accademica cinese (SAGE Journals, 2025)

 6. Una valutazione critica attraverso sei lenti istituzionali

Penso concretamente utile mettere a confronto le analisi delle sei autorevoli istituzioni di ricerca internazionali, su cui ho basato questo articolo: c’è convergenza su un punto strutturale ma divergono sul giudizio finale.

  • IISS — leggendo i bilanci della difesa, descrive un sistema che decelera consapevolmente la crescita reale della spesa militare per gestire l’attrito fiscale, pur mantenendo la priorità politica sulla modernizzazione.
  • CSET — leggendo le istituzioni tecniche specifiche, documenta un’ambizione che va oltre l’automazione industriale: una scommessa parallela e più rischiosa che arriva fino all’intelligenza artificiale generale, equiparata internamente ai programmi nucleare e spaziale della Guerra Fredda ed un’architettura di fusione civile-militare che rende le nuove tecnologie “nate dual-use” fin dalla progettazione.
  • RAND — leggendo la demografia, vede una traiettoria in larga parte già determinata dalle nascite degli ultimi decenni, che nessuna politica può correggere retroattivamente nel breve periodo; e avverte che l’intelligenza artificiale è strutturalmente diversa dai settori in cui la politica industriale cinese ha avuto successo (acciaio, pennelli solari, infrastrutture, manifattura, batterie o veicoli elettrici), perché i progressi nell’AI dipendono in misura maggiore da fattori intangibili quali talento, ricerca di frontiera, dati ed ecosistemi dell’innovazione: elementi meno facilmente replicabili attraverso il solo impiego di sussidi e investimenti pubblici.
  • Brookings — leggendo la competizione tecnologica, sostiene che la Cina non stia rincorrendo gli Stati Uniti sulla stessa pista, ma corra una gara diversa basata su efficienza, adozione e integrazione fisica, sostenuta da un vantaggio nella disponibilità crescente di energia elettrica a scala industriale e da un bacino di laureati STEM che, a seconda delle stime, supera fino a quattro volte quello degli Stati Uniti. La competizione non riguarda soltanto l’invenzione della tecnologia, ma anche la capacità di incorporarla rapidamente nell’economia reale.
  • CSIS — leggendo gli ecosistemi industriali, introduce il concetto di “destrezza tecnologica”: i punti di forza cinesi (batterie, pannelli solari, robotica, terre rare) e le sue debolezze persistenti (motori aeronautici, macchine utensili di alta gamma, litografia avanzata EUV) coesistono, e nessuna delle due superpotenze può raggiungere l’autosufficienza completa senza le capacità dell’altra. Il punto chiave per CSIS è che la Cina è più dipendente dagli input tecnologici occidentali di frontiera (chip, litografia, software EDA), rispetto alla dipendenza americana da input cinesi. Non c’è quindi una simmetria di dipendenza reciproca, ma un sistema di interdipendenze asimmetriche, in cui i colli di bottiglia tecnologici determinano la reale distribuzione del potere economico e strategico, per ora a favore degli USA e dei loro alleati.
  • MERICS — leggendo le politiche dal punto di vista sinologico, introduce la nota di cautela più importante: il parametro decisivo del successo non è l’adozione della tecnologia in sé, misurabile con il numero di robot installati, né l’entità degli investimenti annunciati, ma la capacità di tradurre tali investimenti in incrementi misurabili della produttività del lavoro e della competitività industriale su larga scala. Da questa prospettiva, il quadro resta ancora ambiguo: la Cina sta rapidamente ampliando la propria capacità tecnologica e manifatturiera, ma molte imprese attive nel settore dell’intelligenza artificiale non hanno ancora dimostrato modelli di business stabilmente profittevoli.
  • FONTI SOCIOPSICOLOGICHE – a questo quadro di analisi istituzionali ho ritenuto utile affiancare la lettura sociopsicologica sviluppata nella Sezione 5. Nessuno dei sei think tank considerati, esplicita direttamente un nesso tra dinamiche demografiche e dimensione comportamentale e sociale; si tratta quindi di una chiave interpretativa indiretta, coerente con le evidenze empiriche disponibili. Il punto chiave è che la stessa società che fatica a riprodursi biologicamente (rallentamento demografico), e che mostra segnali di intensificazione della competizione interna lavorativa (neijuan), di disimpegno giovanile (tangping), sfiducia nei consumi (debole domanda interna), delinea un contesto in cui il rapporto tra lavoro, aspettative sociali e riconoscimento economico è sempre più teso. La mia ipotesi è che l’adozione dell’automazione non venga percepita esclusivamente come strumento di efficienza produttiva, ma anche come un meccanismo di adattamento sistemico a squilibri strutturali più ampi: estremizzando il concetto, “un sostituto sociale”.

In sintesi, le diverse analisi citate convergono nell’escludere il successo garantito, ma divergono su quale sia il nodo che con maggiore probabilità potrebbe fare fallire la scommessa: il vincolo fiscale, quello demografico già irrecuperabile, quello ecosistemico strutturale, quello della categoria sbagliata con cui viene misurata, quello dell’ambizione che supera l’esecuzione, o quello della metrica con cui si misura il successo.

7. La sintesi strategica: automazione e intelligenza artificiale

Il punto centrale del 15° Piano Quinquennale è che queste tre vulnerabilità non vengono affrontate con politiche separate, ma con un’unica leva tecnologica. Il Mercator Institute for China Studies (MERICS) osserva che Pechino si aspetta che l’intelligenza artificiale risolva contemporaneamente il declino demografico, la crisi del mercato del lavoro e diversi altri problemi strutturali: una scommessa esplicita, non un effetto collaterale del piano industriale.

Sul fronte della robotica, i numeri sono già misurabili, non solo programmatici.

Figura 4. Installazioni annuali di robot industriali, Cina e principali economie manifatturiere, 2011–2024. Fonte: International Federation of Robotics, elaborato in AI Index Report 2026 (Stanford HAI) e Our World in Data.

Nel 2024 la Cina ha installato 295.000 robot industriali, vale a dire il 54% di tutte le installazioni mondiali, portando il proprio stock operativo oltre i 2 milioni di unità, più di quattro volte quello del Giappone, secondo classificato, secondo l’International Federation of Robotics. Il grafico mostra con chiarezza la divergenza: mentre Stati Uniti, Giappone, Germania e Corea del Sud installano cifre relativamente stabili da oltre un decennio, la curva cinese si è staccata dal resto del mondo a partire dal 2017, in coincidenza quasi esatta con l’avvio del piano “Made in China 2025”. Il 15° Piano Quinquennale inquadra esplicitamente i robot umanoidi come la risposta cinese alla contrazione della forza lavoro: aziende come Xiaomi hanno già distribuito robot umanoidi sulle linee di assemblaggio dei veicoli elettrici, alimentati da modelli proprietari addestrati su scala industriale.

Sul fronte dell’intelligenza artificiale propriamente detta, la Brookings Institution, attraverso la testimonianza al Congresso americano del ricercatore Kyle Chan, propone uno schema interpretativo che corregge la lettura binaria “chi vince la corsa alla IA”: la Cina corre lungo assi diversi da quelli su cui corrono gli Stati Uniti (efficienza, adozione e integrazione fisica) piuttosto che lungo l’asse dell’intelligenza artificiale generale su cui si concentra il dibattito americano. I chip IA domestici cinesi rappresentavano già quasi il 41% del mercato cinese nel 2025, metà dei quali prodotti da Huawei, contro un mercato dominato da Nvidia per oltre il 90% prima del 2023. Sul fronte energetico, la Cina ha aggiunto nel solo 2025 oltre 540 gigawatt di nuova capacità elettrica (circa l’80% solare ed eolico) costruendo nell’arco di quattro anni l’equivalente dell’intera rete elettrica statunitense: un vantaggio strutturale che nessun controllo sull’export di chip può intaccare.

Un ultimo dato, controintuitivo ma importante, gioca a favore della strategia cinese: secondo l’Edelman Trust Barometer 2025, il 72% delle persone in Cina dichiara di fidarsi dell’intelligenza artificiale, contro solo il 32% negli Stati Uniti. La stessa popolazione che mostra segnali profondi di pessimismo economico e disimpegno sociale mostra dunque un’accettazione dell’automazione molto più alta che in Occidente: questo è un vantaggio che riduce la resistenza politica e culturale alla diffusione di massa di robot e IA, e che potrebbe rendere la transizione tecnologica meno conflittuale di quanto la sola lettura economica suggerirebbe.

8. Conclusioni

La strategia cinese, nella sua iterazione 2026-2030, non è la semplice prosecuzione di “Made in China 2025” sotto altro nome: è un tentativo, che emerge chiaramente nei documenti di pianificazione, di usare un’unica tecnologia generalista (l’intelligenza artificiale applicata alla manifattura, ai chip e alla difesa) per risolvere simultaneamente tre minacce di natura completamente diversa.

Nelle linee guida settoriali emerge infatti un progressivo allineamento tra intelligenza artificiale, automazione e tecnologie di frontiera come strumenti abilitanti trasversali. In questa architettura, l’AI non opera come tecnologia autonoma, ma come moltiplicatore di sistema, potenzialmente in grado di contribuire alla gestione simultanea dei tre vincoli strutturali cinesi: l’esposizione a catene di approvvigionamento esterne, il collasso demografico, e la competizione strategica con gli Stati Uniti.

I dati quantitativi raccolti in questa analisi mostrano un’esecuzione reale e misurabile: 295.000 robot installati in un solo anno, un fondo di 47 miliardi di dollari per i semiconduttori, un esercito che cambia dottrina mentre il bacino di reclute si dimezza nell’arco di una generazione. Ma la stessa mole di dati mostra anche i limiti strutturali della scommessa: un bilancio della difesa la cui crescita reale decelera mentre la sua quota sul PIL raggiunge livelli record; un costo della vita familiare che rimane tra i più alti al mondo in rapporto al reddito; una fiducia dei consumatori che si è invertita più bruscamente che in qualsiasi altro grande mercato; e un gap tecnologico nei nodi avanzati dei semiconduttori che nessuna quantità di sussidi ha ancora chiuso.

La “Grande Strategia” (GS) è un piano coerente per la sicurezza nazionale a lungo termine, mentre la Strategia (S) è piuttosto una gestione del rischio in tempo reale, rincorrendo emergenze che si materializzano più rapidamente delle soluzioni.

Se il piano cinese 2026-2030 sia GS o semplicemente S, resta la domanda aperta su cui le istituzioni citate in questo documento forniscono, non a caso, interpretazioni divergenti. Quel che i dati permettono di affermare con sicurezza è che l’automazione e l’intelligenza artificiale non sono, per Pechino, una semplice priorità industriale tra le altre: sono diventate lo strumento attraverso cui il regime cerca di guadagnare tempo su tre fronti contemporaneamente, in una corsa contro una demografia che reagisce solo marginalmente nel breve periodo agli incentivi e contro un sistema internazionale che non concede più lo spazio di manovra di un tempo.

Autore: Prof. Alessandro Pozzi, Dipartimento di Ingegneria Meccanica, POLIMI.

Laurea Magistrale in Ingegneria Meccanica – Defense & Security – Corso di Geopolitica per la Difesa e la Sicurezza – POLIMI A.A. 2026/2027


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