Geopolitica per la Difesa e la Sicurezza

LA CINA E LA GUERRA DEL GOLFO _ parte 2


Per chi si occupa di economia e mercati, IN QUESTA SECONDA PARTE dell’articolo e podcast, analizzo le implicazioni strutturali di questo scenario, che non riguardano dove sarà il petrolio tra tre mesi, ma quali forze ridisegnano costi e opportunità per i prossimi dieci anni. In particolare vediamo le implicazioni macroeconomiche dello scenario centrale ed i tre strati di repricing in corso nei mercati azionari.

Dall’analisi emerge soprattutto la fine di tre assunzioni basilari per le strategie aziendali, le pianificazioni di portafoglio, le politiche pubbliche degli ultimi trent’anni:

1) che le catene di fornitura globali fossero ottimizzabili per costo indipendentemente dalla geopolitica,

2) che il dollaro rimanesse la riserva globale incontestata a prescindere dal comportamento americano,

3) che i conflitti regionali rimanessero regionali grazie alla deterrenza americana. Il mondo che credevamo di conoscere, quello della Globalizzazione Liberale, delle catene di fornitura globali efficienti, del dollaro incontestato, della deterrenza americana universale, era reale.

Era anche, come punto a spiegare ai miei studenti al Politecnico di Milano, un’anomalia storica.

𝗟𝗲 𝗮𝗻𝗼𝗺𝗮𝗹𝗶𝗲, 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗮 𝗼 𝗽𝗼𝗶, 𝘁𝗼𝗿𝗻𝗮𝗻𝗼 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗺𝗲𝗱𝗶𝗮. 𝗦𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗻𝗲𝗹 𝗺𝗲𝘇𝘇𝗼 𝗱𝗶 𝗾𝘂𝗲𝗹 𝗿𝗶𝘁𝗼𝗿𝗻𝗼.

Puoi leggere l’articolo completo e ascoltare analisi podcast continuamente aggiornate sui temi che intersecano geopolitica, economia e tecnologia, semplicemente sul mio sito www.alessandropozzi.it

Trovi di seguito il testo dell’articolo, oltre ai link per ascoltarlo in versione PODCAST su YouTube e su Spotify.

Il Nuovo Ordine che Nasce da Hormuz

Quaranta giorni di guerra hanno ridisegnato la geopolitica globale. Ecco cosa sta davvero succedendo e lo scenario più probabile.

Alessandro Pozzi | Professore di Geopolitica per la Difesa e la Sicurezza, Politecnico di Milano


Il conflitto ha anche prodotto qualcosa di inatteso: una finestra di lettura straordinariamente chiara sulla competizione tra le due superpotenze.

Washington e Pechino non si sono mai affrontate direttamente nel Golfo, ma ogni mossa di una ha modificato il calcolo dell’altra, ogni giorno, con una precisione che le cronache degli avvenimenti geopolitici raramente riescono a catturare in tempo reale.

Quello che segue è un tentativo di farlo, nel modo più lineare possibile, supportato con dati verificabili da fonti autorevoli.

Per chi si occupa di economia e mercati, IN QUESTA SECONDA PARTE dell’articolo e podcast, analizzo le implicazioni strutturali di questo scenario, che non riguardano dove sarà il petrolio tra tre mesi, ma quali forze ridisegnano costi e opportunità per i prossimi dieci anni.

Il punto di partenza è che la Cina ha incassato in sei settimane un dividendo geopolitico che vale molto più di qualsiasi intervento diretto. La strategia cinese più probabile nelle prossime settimane è invece basata su presenza attiva nella soluzione diplomatica, passività militare assoluta, intervento economico silenzioso ma sistematico (vedi la PRIMA PARTE, sul mio sito e sul mio profilo LinkedIn)

LE IMPLICAZIONI MACROECONOMICHE DELLO SCENARIO CENTRALE

Veniamo ora a ciò che probabilmente interessa di più chi legge queste righe con un occhio all’asset allocation ed alla propria pianificazione strategica aziendale.

Lo scenario centrale che ho descritto (pace inconcludente, Hormuz parzialmente riaperto ma conteso, Cina in postura di intervento economico silenzioso) ha implicazioni strutturali che non sono di breve periodo. Non si tratta di prevedere dove sarà il petrolio tra tre mesi. Si tratta di capire quali sono le forze che ridisegnano i costi e le opportunità per le prossime cinque-dieci anni.

Il prezzo dell’energia ha un nuovo pavimento strutturale

Il ritorno di Hormuz a una navigazione “normale”, dove la nuova normalità significa coordinamento con le IRGC a condizioni che includono un pedaggio implicito o esplicito, non riporterà il petrolio ai livelli pre-guerra. La ragione non è la speculazione finanziaria: è il repricing strutturale del rischio geopolitico nelle materie prime energetiche.

Prima di questa guerra, il mercato prezzava il rischio di chiusura di Hormuz come un evento estremamente improbabile, un tail risk da coprire con strumenti finanziari ma non da scontare nel prezzo spot. Dopo quaranta giorni di chiusura di fatto, quella probabilità non è più una “coda”. È una possibilità concreta, con una stima di frequenza che gli analisti di rischio delle compagnie energetiche stanno già aggiornando verso l’alto in modo significativo. Questo si traduce in un premio strutturale al barile che varie stime collocano tra $8 e $14 nel medio termine, anche quando le armi tacciono.

La conseguenza per le aziende che producono beni di largo consumo e più in generale per qualsiasi azienda con costi di energia rilevanti, è che il budget energetico diventa una variabile geopolitica, non solo di mercato. I contratti forward non coprono più il rischio geopolitico, quindi chi avrà scorte strategiche e capacità di approvvigionamento diversificato vince; chi ha ottimizzato i costi con just-in-time e single-source paga un premio implicito che non compare nei budget ma appare nei margini.

Le catene di fornitura: dalla globalizzazione all’arcipelago

Il concetto di “friend-shoring”, cioè riorientare le catene di fornitura verso paesi politicamente allineati, era già in corso prima di questa guerra che lo ha accelerato in modo significativo: non è più una preferenza strategica, è una necessità operativa per molte aziende.

Quello che vediamo emergere non è un ritorno al protezionismo degli anni Trenta. È qualcosa di più sofisticato e più difficile da gestire: un mondo di catene di fornitura “trasformate in arcipelaghi,” dove i flussi di merci si muovono all’interno di blocchi geopolitici piuttosto che attraverso di essi. Il blocco atlantico, il blocco sinocentrico e una zona grigia di “non allineati” che include India, Turchia, Indonesia, Vietnam, Brasile.

Per le aziende europee e americane, questo significa che ogni ingrediente, ogni componente, ogni materia prima deve essere mappata non solo per costo e qualità ma per collocazione geopolitica. Una componente prodotta in Cina che transita attraverso il Golfo verso un mercato europeo accumula oggi tre livelli di rischio geopolitico che non esistevano fino a 5 anni fa: il rischio dazio USA-Cina, il rischio di interruzione delle rotte marittime del Golfo, il rischio di sanzioni secondarie se il fornitore cinese ha relazioni con entità sanzionate iraniane o russe.

La risposta razionale è la ridondanza. Ma la ridondanza costa. Dove prima bastava un fornitore con un contratto pluriennale, ora ne occorrono due o tre con origini geografiche diversificate. Il costo di questa ridondanza non è ancora visibile nei conti economici di molte aziende perché l’implementazione è appena iniziata. Ma lo sarà ed il suo impatto sulla struttura dei margini settoriali sarà significativo.

Il dollaro e il sistema monetario: erosione lenta, non crollo

Il tema della de-dollarizzazione è stato inflazionato da chi lo descrive come un processo rivoluzionario imminente e deflazionato da chi lo liquida come propaganda cinese. La realtà è nel mezzo, ma si sta spostando verso il primo scenario più rapidamente di quanto molti credano.

Il meccanismo di trasmissione è preciso: ogni volta che un paese che dipende dal Golfo per la propria energia capisce che la protezione americana di quelle rotte è condizionale (cioè che Washington può scegliere di non proteggere Hormuz se il suo calcolo politico interno lo sconsiglia) quel paese comincia a considerare la diversificazione monetaria come una forma di hedging geopolitico, non solo economico.

Il Giappone e la Corea del Sud sono i casi più significativi. Sono alleati formali degli USA, hanno basi americane sul proprio territorio, fanno parte dell’architettura di sicurezza indo-pacifica che Washington considera il proprio asset principale nel confronto con Pechino. E tuttavia, nelle ultime sei settimane, hanno sperimentato uno stress energetico severo senza che Washington potesse o volesse risolvere il problema in modo rapido e definitivo. Quella esperienza non si cancella con un cessate il fuoco. Si sedimenta nei calcoli dei loro planners strategici.

Se anche solo uno dei due dovesse diversificare formalmente il 10-15% delle proprie riserve verso lo yuan, non abbandonando ovviamente il dollaro, ma riducendone il peso relativo, l’effetto segnale sugli altri paesi asiatici e del Medio Oriente sarebbe enormemente superiore alla dimensione della mossa in sé. La de-dollarizzazione non si misura in punti percentuali di riserve, bensì in aspettative e fiducia nel lungo periodo.

Per i mercati finanziari, questo si traduce in un “dollar premium” che si erode lentamente ma strutturalmente. Non un crollo del dollaro quindi, ma una compressione del suo “exorbitant privilege,” che si manifesta in costi di finanziamento leggermente più alti per il Tesoro USA nel lungo periodo, in una pressione graduala sui rendimenti dei Treasury, in una rivalutazione delle valute di paesi che hanno fondamentali solidi e collocazione geopolitica favorevole. Il franco svizzero, il dollaro australiano, la corona norvegese, lo yuan cinese (con le sue limitazioni di convertibilità) sono i beneficiari principali in questo scenario.

Questa “trasformazione in arcipelago” non significa una separazione totale, ma una riorganizzazione strutturale. I flussi di merci continuano a esistere, ma sono più costosi, monitorati e soggetti a politiche tariffarie e di sicurezza. Inoltre, la Cina rimane un fornitore critico anche per il blocco occidentale in segmenti specifici, rendendo il “disaccoppiamento” totale molto difficile.

I MERCATI AZIONARI: TRE LIVELLI DI REPRICING IN CORSO

Per chi gestisce portafogli con un orizzonte di medio periodo, lo scenario centrale che abbiamo descritto produce tre strati di riprezzamento che si sovrappongono e che è importante tenere distinti.

Il primo strato è il riprezzamento del rischio di coda geopolitico. Prima di questa guerra, il mercato azionario globale prezzava la geopolitica come un disturbo occasionale, gestibile con coperture tattiche. Quello che è successo con Hormuz ha dimostrato che la geopolitica può produrre shock sistemici e prolungati, non solo volatilità di breve. Questo cambia la struttura della frontiera efficiente per qualsiasi portafoglio diversificato: il peso che si deve dare agli asset con bassa correlazione agli shock geopolitici (oro, infrastrutture, bond inflation-linked, currency di paesi neutrali) deve aumentare strutturalmente, indipendentemente dal livello dei tassi.

Il secondo strato è il repricing settoriale. La guerra ha creato vincitori e perdenti strutturali che non sono necessariamente gli stessi della dinamica di breve termine. La difesa è il vincitore più visibile e più commentato, ma non tutta la difesa è uguale. Le aziende di difesa europee ed in particolare i “campioni nazionali”, beneficiano di un megatrend di riarmo che è strutturale e non dipende dall’esito specifico di questa guerra. Le aziende americane di difesa invece soffrono un problema di consumo delle munizioni: i sistemi d’arma impiegati in quaranta giorni richiedono anni per essere rimpiazzati, il che paradossalmente comprime i margini a breve anche aumentando il backlog a lungo.

L’energia è un altro vincitore strutturale, ma con due avvertenze. La prima: il premium geopolitico che ha gonfiato i titoli energetici nel primo trimestre si comprima con il cessate il fuoco, come abbiamo visto l’8 aprile con cali del 5-7% in un giorno e nuovamente il 17 aprile. La seconda: nel medio-lungo periodo, chi produce in Permian Basin o in Guyana è più difensivo di chi ha esposizione upstream nel Medio Oriente, perché non accumula il rischio geopolitico che ha gonfiato i loro prezzi.

Il terzo settore da guardare con attenzione è quello delle infrastrutture critiche — non nell’accezione tradizionale di autostrade e aeroporti, ma nell’accezione geopolitica: pipeline alternative a Hormuz, rigassificatori di GNL, rotte commerciali circumpolari artiche, data center fuori dai corridoi di volatilità geopolitica. Queste infrastrutture stanno ricevendo investimenti pubblici e privati a una velocità che non avrebbe precedenti in tempo di pace, e aziende posizionate in questo spazio — da Macquarie Infrastructure alle utilities tedesche che gestiscono i nuovi terminali GNL — hanno prospettive strutturalmente migliorate.

Il terzo strato è il repricing geografico. L’Europa ha sorpreso positivamente nel 2026 — l’MSCI Europe è tra i migliori indici dell’anno, il che ha stupito chi era abituato a pensare l’Europa come il mercato azionario più penalizzato dai conflitti nel suo vicinato. La ragione è che il mercato sta prezzando la narrative del riarmo europeo, degli investimenti in infrastrutture energetiche alternative, dello spostamento di alcune catene di fornitura verso l’Europa continentale nell’ambito del reshoring parziale. Se questa narrativa tiene — e le politiche fiscali della Germania lo rendono più probabile che in passato — l’Europa ha ancora margine di rivalutazione rispetto agli USA, dove i multipli sono strutturalmente più alti (23x forward MSCI World vs. 15x MSCI Europe forward).

Il sistema commerciale globale: dalla globalizzazione alla pluralizzazione

L’implicazione forse più duratura di questo conflitto è sul sistema commerciale multilaterale. Il WTO era già in crisi prima del 2026: il meccanismo di risoluzione delle dispute era paralizzato da anni da veti americani, e l’architettura di Bretton Woods mostrava crepe strutturali. La guerra Iran-USA e il posizionamento cinese hanno accelerato un processo che era già in corso: la transizione da un sistema di regole universali a un sistema di regole plurali, dove le norme variano in base al blocco di appartenenza.

Questo non è il collasso del commercio globale, è la sua pluralizzazione. Il commercio continuerà, ma lungo rotte ridisegnate e secondo regole che differiscono tra blocchi. Per le aziende europee e americane che vendono in mercati globali, questo significa navigare contemporaneamente in tre sistemi di regole: quello atlantico, quello sinocentrico, quello degli emergenti “non allineati.” Il costo di compliance di questa navigazione si aggiungerà strutturalmente ai costi di produzione e distribuzione.

L’Unione Europea, in questo contesto, sta giocando una mossa interessante e sottovalutata. Gli accordi commerciali conclusi negli ultimi tre anni (Mercosur, Australia, Nuova Zelanda, Indonesia, Kenya/EAC) non sono la risposta immediata alla guerra in Iran. Sono la costruzione di una rete di relazioni commerciali che riduce la dipendenza dell’Europa sia dal corridoio atlantico dominato dagli USA sia dal corridoio sinocentrico. È quello che nei miei corsi chiamo “diplomatica della diversificazione” ed in un mondo che si pluralizza, è forse la strategia più razionale disponibile per un attore di medie dimensioni con grandi ambizioni.


COSA NON È IN DUBBIO: LA FINE DI UN’EPOCA

Ci sono cose che rimangono incerte dopo questi quaranta giorni. L’esito dei negoziati di Islamabad. La tenuta del cessate il fuoco. La decisione di Pechino su quando e come passare da una postura passiva-opportunistica a qualcosa di più attivo. La capacità dell’amministrazione Trump di convertire guadagni militari in strategia politica coerente: un compito che si è rivelato storicamente più difficile degli attacchi stessi.

Ma c’è qualcosa che non è in dubbio, e che mi sembra importante affermare con chiarezza anche a rischio di sembrare troppo categorico: questa guerra conferma oltre ogni ragionevole dubbio la fine dell’epoca unipolare che, come cerco di spiegare attraverso il Realismo ai miei studenti del POLIMI, era già terminata nel 2017. Non in modo drammatico, non con un evento singolo che tutti possiamo vedere. Ma nel senso più profondo è la fine di tre assunzioni basilari per le strategie aziendali, le pianificazioni di portafoglio, le politiche pubbliche degli ultimi trent’anni.

  1. L’assunzione che le catene di fornitura globali fossero ottimizzabili per costo indipendentemente dalla geopolitica è finita.
  2. L’assunzione che il dollaro rimanesse la riserva globale incontestata a prescindere dal comportamento americano è in via di revisione lenta ma inesorabile.
  3. L’assunzione che i conflitti regionali rimanessero regionali grazie alla deterrenza americana ha mostrato i suoi limiti con una chiarezza che non sarà dimenticata a Taipei, Varsavia, Seoul o Riyadh.

E c’è un’assunzione più silenziosa che mi sembra la più importante di tutte, per chi si occupa di business e finanza: che la geopolitica fosse una variabile esterna, da monitorare ma non da integrare nelle decisioni operative quotidiane. Quella finestra si è chiusa.

La geopolitica è entrata nel conto economico: nel costo dell’energia, nel costo delle materie prime, nel costo della ridondanza di filiera, nel costo del capitale per chi opera in geografie ad alto rischio. Non è entrata come un evento straordinario da gestire una tantum, bensì è diventata una componente strutturale del costo di fare business in un mondo multipolare.

Per chi studia e insegna queste dinamiche, questo è un momento di straordinaria chiarezza analitica, ma per chi fa impresa e gestisce portafogli, è un momento di urgenza strategica che non può essere gestito con gli strumenti del passato.

Il mondo che credevamo di conoscere, quello della Globalizzazione Liberale, delle catene di fornitura globali efficienti, del dollaro incontestato, della deterrenza americana universale, era reale. Era anche, come cerco di spiegare ai miei studenti al Politecnico da anni, un’anomalia storica. Le anomalie, prima o poi, tornano alla media.

Siamo nel mezzo di quel ritorno.

Non serve domandarsi se gli Stati dell’Europa (ed i loro alleati extra UE) possano permettersi l’autonomia: in termini di puro realismo non possiamo più permetterci di continuare senza.

Autore: Prof. Alessandro Pozzi, Dipartimento di Ingegneria Meccanica, POLIMI.

Laurea Magistrale in Ingegneria Meccanica – Defense & Security – Corso di Geopolitica per la Difesa e la Sicurezza – POLIMI A.A. 2025/2026


Integrare l’analisi geopolitica nelle valutazioni di allocazione strategica è ormai indispensabile.

C’è un forte bisogno, da parte di Leader aziendali e responsabili degli investimenti, di avere una visione strategica, per dare senso, creare connessioni nuove e individuare opportunità nei rapidi cambiamenti in atto, sempre più guidati dai processi decisionali degli Stati.


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