VENEZUELA, GROENLANDIA E IL DOPPIO PIVOT AMERICANO
Come gli Stati Uniti stanno ridefinendo l’egemonia nell’emisfero occidentale per vincere la competizione con la Cina
Negli ultimi anni la politica estera statunitense ha attraversato una trasformazione profonda e sempre meno silenziosa. Profonda, perché riguarda il modo stesso in cui Washington concepisce potere, alleanze e spazio strategico.
Sempre meno silenziosa, perché mentre la maggior parte delle Strategie di Sicurezza Nazionale vengono rapidamente dimenticate, entrambe le strategie NSS di Trump sono servite come anticipatrici affidabili per il suo approccio agli affari esteri. La NSS del 2017 ha annunciato l’attenzione degli USA sulla competizione tra grandi potenze, principalmente con la Cina, e ha preannunciato le ondate di guerre commerciali e tecnologiche dei successivi otto anni, anche sotto la presidenza Biden: un importante cambiamento nell’attenzione USA dopo decenni di preoccupazione prioritaria per il Medio Oriente.
La NSS 2025, pubblicata a dicembre e che ho subito analizzato nel mio articolo “National Security Strategy 2025: implicazioni per l’Europa e l’Italia”, ha dato priorità agli interessi di sicurezza degli Stati Uniti a livello globale e ha identificato la protezione del territorio statunitense e dell’emisfero occidentale come compiti centrali della loro politica estera.
L’operazione contro il Venezuela — indipendentemente dal giudizio normativo di violazione del diritto internazionale — non è stato una sorpresa, un’anomalia né un ritorno al passato.
È un atto molto aggressivo, rischioso e coerente con una nuova fase dell’egemonia americana: il “corollario Trump” alla Dottrina Monroe, cita esplicitamente le attività “maligne delle potenze extra-emisferiche” come una grave minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti.
Come spiego nei miei articoli e seminari da inizio 2025, siamo già entrati in una fase in cui gli Stati Uniti non cercano più di gestire l’ordine internazionale, ma di selezionare e controllare direttamente le aree vitali per la propria sicurezza e prosperità.
Per investitori istituzionali e analisti geopolitici, questo passaggio è cruciale perché segna la fine di tre assunti che hanno guidato l’allocazione del capitale e l’analisi del rischio negli ultimi trent’anni:
- che la globalizzazione fosse irreversibile e sostanzialmente cooperativa;
- che le alleanze multilaterali garantissero stabilità sistemica;
- che le grandi potenze avrebbero evitato azioni unilaterali ad alto impatto nei “teatri secondari”.
Oggi nessuno di questi assunti regge più.
La competizione tra Stati Uniti e Cina non è più una competizione per l’influenza. È una competizione per il controllo funzionale di risorse, rotte, infrastrutture, standard tecnologici e geografie strategiche. E in una competizione di questo tipo, il retroterra conta quanto il fronte principale.
È qui che entra in gioco il concetto di doppio pivot.
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Trovi di seguito il testo dell’articolo, oltre ai link per ascoltarlo in versione PODCAST su YouTube e su Spotify.
IL DOPPIO PIVOT USA: ASIA COME FRONTE, EMISFERO OCCIDENTALE COME RETROTERRA
La strategia statunitense attuale può essere sintetizzata in una formula semplice ma brutale: per contenere la Cina in Asia, gli Stati Uniti devono prima neutralizzare ogni penetrazione cinese nelle aree di interesse vitale americano.
Questo approccio si articola lungo due direttrici convergenti.
Il pivot to Asia è il fronte principale della competizione: non è nuovo, è iniziato formalmente più di un decennio fa, ma oggi assume una qualità diversa.
Non si tratta più di presenza navale per operazioni di libera navigazione e deterrenza, rassicurazione agli alleati e contenimento “soft” come avvenuto fin dall’ultima amministrazione Obama.
Si tratta di competizione a tutto campo per la supremazia tecnologica (AI, semiconduttori, spazio), il controllo delle supply chain critiche, la negazione dell’accesso marittimo in caso di escalation (capacità di blocco dagli stretti marittimi strategici), lo sviluppo di capacità industriale per sostenere un conflitto prolungato.
Dal punto di vista dei flussi di capitale, questo si traduce in una forte spinta al reshoring e friend-shoring delle capacità manifatturiere, sussidi industriali, protezionismo selettivo, uso esplicito della leva finanziaria come strumento geopolitico anche tramite sanzioni secxondarie.
Ma tutto questo ha un costo enorme che può essere sostenuto solo se il resto del sistema è stabile e sotto controllo.
È qui che emerge il secondo pivot, spesso sottovalutato ma decisivo: il pivot home, ovvero la riaffermazione della preminenza statunitense nell’emisfero occidentale.
Secondo Washington, il fatto che potenze rivali possano controllare porti, finanziare infrastrutture strategiche, acquisire risorse energetiche, stabilire relazioni di dipendenza finanziaria nelle Americhe è diventata strategicamente inaccettabile.
Non per nostalgia della Dottrina Monroe, ma per puro calcolo di potenza.
In un mondo di competizione sistemica l’Asia orientale è il fronte principale, mentre l’Europa è già retrocessa ad un teatro “di gestione”, con la Russia che non rappresenta più una minaccia esistenziale per gli USA e, piuttosto, un asset per influenzare i partner Europei ed estrarne il maggior vantaggio strategico possibile.
L’emisfero occidentale, definito nella NSS 2025 come le isole Aleutine fino alla Groenlandia e dall’Artico nordamericano all’Antartide, con l’America centrale e meridionale e i Caraibi nel mezzo, è la base logistica, energetica e finanziaria.
Chi perde il controllo della base, perde la guerra di lungo periodo.
VENEZUELA: PERCHÉ CARACAS È DIVENTATA UN OBIETTIVO STRATEGICO
Dentro questa cornice, il Venezuela emerge non come un problema regionale, ma come un nodo sistemico.
L’energia è tornata a essere geopolitica nel senso più classico del termine.
Il Venezuela possiede le più grandi riserve petrolifere provate al mondo, ma il dato veramente rilevante non è la quantità assoluta. È a chi vanno i flussi.
Negli ultimi dieci anni una quota crescente del petrolio venezuelano è finita in Asia, la Cina ha utilizzato il meccanismo “oil-for-loans” per garantire forniture a lungo termine. Nel 2025, le importazioni cinesi dal Venezuela sono state in media di circa 470.000 barili al giorno, pari a circa il 4-4,5% delle importazioni totali cinesi di greggio via mare e oltre l’80% di tutte le esportazioni di greggio del Venezuela.
Le sanzioni occidentali hanno paradossalmente rafforzato la dipendenza di Caracas da Pechino.
Dal punto di vista statunitense, questo ha prodotto tre effetti negativi: ha ridotto l’influenza americana sul mercato regionale; ha fornito alla Cina un asset energetico strategico nel “cortile di casa” USA e ha creato una rendita politica utilizzabile contro Washington.
L’operazione contro il Venezuela va quindi letta anche come un tentativo di riallineare flussi energetici, ridurre l’accesso cinese a risorse chiave, riportare l’energia emisferica sotto un perimetro di controllo più diretto.
La Cina in America Latina: da partner economico a rischio strategico
Nei primi vent’anni del 2000, la presenza cinese in America Latina è stata vista come un’opportunità commerciale, una fonte di finanziamento complementare al sistema bancario guidato dagli USA ed un fattore di sviluppo infrastrutturale.
Oggi, a Washington, quella stessa presenza viene riletta come leva geopolitica potenziale, certamente come strumento di influenza politica ed un rischio per la sicurezza delle supply chain, con un focus particolare sui minerali critici e le risorse energetiche.
Il Venezuela è stato uno dei principali laboratori di questo modello, beneficiando di prestiti bilaterali garantiti da risorse naturali (come gli OIL-for-Loan), infrastrutture costruite da imprese cinesi, cooperazione tecnologica e militare. A partire dal 2007, la Cina (principalmente attraverso la China Development Bank) ha erogato al Venezuela oltre 60 miliardi di dollari. Questi prestiti non venivano rimborsati in valuta, ma attraverso spedizioni dirette di greggio alla Cina, garantendo a Pechino una fornitura energetica costante e al Venezuela una liquidità immediata al di fuori dei circuiti finanziari occidentali.
Per gli Stati Uniti, il problema non è che la Cina commerci con l’America Latina: il problema è che trasformi relazioni economiche in dipendenza strutturale.
L’azione su Caracas segnala un cambio di fase: non più competizione passiva, ma intervento diretto sui nodi critici.
C’è poi una terza dimensione, spesso trascurata nelle analisi europee: la “sicurezza interna estesa” che trasforma la politica estera in politica domestica.
Negli Stati Uniti, il confine tra politica estera e sicurezza domestica è ormai poroso: crimine organizzato, narcotraffico, migrazioni, instabilità politica vengono letti come fattori endogeni alla sicurezza nazionale.
Il Venezuela, in questa narrazione scolpita formalmente nella National Security Strategy 2025, diventa lo snodo di reti criminali, l’origine di flussi migratori destabilizzanti e uno spazio di influenza per attori ostili.
Questo consente a Washington di legittimare politicamente un intervento che, altrimenti, sarebbe difficile da sostenere internamente, anche rispetto alla base elettorale MAGA.
Ed è un punto fondamentale per gli analisti e per chi deve prendere decisioni di allocazione delle risorse: le decisioni strategiche americane oggi sono sempre più guidate da vincoli politici interni, non dal consenso multilaterale.
GROENLANDIA, ARTICO E NORD ATLANTICO: LA GEOGRAFIA TORNA POTERE
La lezione da trarre non riguarda solo Caracas.
La vera lezione è che gli Stati Uniti: non accetteranno più zone grigie accessibili ai rivali nell’emisfero occidentale, agiranno preventivamente su asset strategici e soprattutto privilegeranno il controllo funzionale rispetto alla legittimità delle procedure (con buona pace dei Trattai e del Diritto Internazionale).
Questo schema spiega perché Venezuela e Groenlandia appartengano alla stessa mappa mentale, e perché l’Europa debba prepararsi a un mondo in cui la protezione americana non è più incondizionata.
Se il Venezuela rappresenta il fronte “energetico–finanziario” del pivot home, la Groenlandia incarna il suo volto geografico–militare. Non è un caso che, negli ultimi anni, l’Artico sia passato da tema marginale a priorità strategica esplicita nelle analisi di sicurezza statunitensi.
Qui il punto non è la retorica — spesso caricaturale — su “acquisti” o annessioni: il punto è molto più concreto: chi controlla l’Artico e il Nord Atlantico controlla una parte crescente delle future infrastrutture fisiche del sistema globale.
L’Artico è un moltiplicatore di potenza: il riscaldamento climatico sta trasformando l’Artico da barriera naturale a spazio operativo, con quattro implicazioni fondamentali.
- Rotte marittime più brevi tra Asia, Europa e Nord America
- Accesso potenziale a risorse energetiche e minerarie
- Centralità militare per individuazione precoce degli attacchi, difesa missilistica, controllo dello spazio
- Nuove vulnerabilità infrastrutturali su cavi sottomarini, satelliti, logistica
La Cina sostiene la narrazione di “Artico come bene comune”, la richiesta di partecipazione dei non-artici (white paper 2018, “Polar Silk Road”) ed è entrata come osservatore attivo all’Arctic Council fin dal 2013, sostenendo la propria presenza in gruppi di lavoro e task force.
A livello di investimenti, Pechino ha fatto diversi tentativi in paesi artici, spesso respinti per timori di dipendenza o convenienza geopolitica (solo 18 progetti attivi su 57 proposti). La svolta e la grande opportunità per la Cina arrivano dopo il 2022 con l’isolamento russo seguito all’invasione su larga scala dell’Ucraina: è stata fortemente rafforzata la cooperazione energetica compresi progetti di durata pluridecennale come l’accordo del gasdotto Power of Siberia, inoltre è aumentata la cooperazione militare, attraverso esercitazioni congiunte (Bering, Chukchi, Artico) e pattugliamento di bombardieri vicino all’Alaska.
La Cina in sostanza usa l’Artico come leva di potere sistemico, ma il suo accesso è mediato e condizionato dal partner Russia che coopera per necessità e diffida per istinto dell’assertività di Pechino.
Per Washington, lasciare questo spazio a una competizione “aperta” con Cina e Russia equivarrebbe a ripetere l’errore commesso nel Mar Cinese Meridionale, ma su scala emisferica.
In questa nuova frontiera della competizione tra grandi potenze la Groenlandia è valutata come un asset strategico, non un territorio sovrano.
La Groenlandia conta poco in termini demografici ed economici immediati, ma conta enormemente in termini di posizione strategica: è una piattaforma naturale di proiezione nel Nord Atlantico, snodo per il monitoraggio balistico e spaziale, è un possibile hub futuro per l’estrazione risorse critiche ed un elemento chiave del controllo delle linee di comunicazione tra Nord America ed Europa.
Dal punto di vista statunitense, la questione non è “chi governa” la Groenlandia, ma chi ne garantisce l’allineamento strategico.
Ed è qui che emerge una continuità profonda con il caso Venezuela: in entrambi i casi, Washington non cerca più compromessi multilaterali complessi, ma riduzione del rischio strategico attraverso controllo diretto o quasi-diretto degli asset.
Per decenni, il Nord Atlantico è stato considerato uno spazio “sicuro”, quasi amministrativo. Oggi torna a essere una frontiera strategica.
Il collegamento tra Artico, Groenlandia e Nord Atlantico implica protezione delle rotte energetiche, sicurezza dei cavi sottomarini, capacità di deterrenza verso Russia e Cina, garanzia della mobilità militare transatlantica.
Per l’Europa, questo significa una cosa semplice ma scomoda: il continente non è più il centro della sicurezza euro-atlantica, ma uno dei suoi corridoi.
LA FINE DEL MULTILATERALISMO FUNZIONALE: COSA STA DIVENTANDO LA NATO
Il doppio pivot americano non implica la fine delle alleanze: implica la fine del multilateralismo come fine in sé.
Negli ultimi trent’anni, le alleanze occidentali hanno funzionato come moltiplicatori di legittimità e strumenti di stabilizzazione, oltre che meccanismi di condivisione del rischio.
Oggi Washington le considera soprattutto come strumenti di efficienza operativa, veicoli di redistribuzione dei costi della sicurezza (burden shifting) e piattaforme per ridurre in assoluto il costo americano della deterrenza.
Dalla NATO “politica” alla NATO “contrattuale” il cambiamento è sottile ma profondo.
La NATO non viene messa in discussione formalmente, ma il suo valore viene misurato in termini di risultati e di output, la solidarietà non è più automatica e la leadership americana è sempre più condizionata.
In pratica, dal punto di vista americano la NATO tende a trasformarsi in un insieme di capacità nazionali coordinate, non più una comunità strategica integrata.
Questo è un passaggio cruciale per l’Europa, perché riduce il margine di ambiguità strategica e così espone le debolezze strutturali del continente, rendendo la deterrenza una funzione sempre più costosa.
Continuerà a diminuire l’offerta di sicurezza mentre ne aumenta la domanda, con impatti chiaramente misurabili sul suo costo, in termini finanziari e politici, per i Paesi Europei.
L’unilateralismo selettivo è la nuova normalità
L’azione americana in Venezuela e la postura su Groenlandia/Artico indicano una nuova normalità: cooperazione quando conviene, azione unilaterale quando necessario, consultazione solo se non rallenta.
Nell’ottica degli strateghi americani, questo non è un tradimento dell’ordine liberale, ma un suo adattamento in condizioni di competizione esistenziale, sostenuto da una ideologia ed un’offerta politica dichiaratamente populista e nazionalista (MAGA, America First).
IMPLICAZIONI CONCRETE PER L’EUROPA: SICUREZZA, CAPITALE, AUTONOMIA
Per l’Europa, è molto più di uno shock culturale: il doppio pivot americano produce conseguenze molto concrete per il continente europeo e misurabili.
Fine dell’assicurazione implicita di Sicurezza.
Per decenni, l’Europa ha vissuto sotto una forma di assicurazione strategica: protezione militare americana, deterrenza nucleare estesa, garanzia di ultima istanza, in cambio di adesione incondizionata all’ordine liberale basato sulle regole e le istituzioni plasmatedagli Stati Uniti.
Oggi questa assicurazione esiste ancora, ma è più condizionata, più costosa, meno prevedibile.
Questo implica non solo un aumento strutturale della spesa militare, ma anche necessità di capacità autonome reali e pressione politica interna crescente, specialmente in Paesi con una cultura più focalizzata sul welfare e meno sugli interessi nazionali.
Il rischio geopolitico ritorna centrale per investimenti industriali e finanziari.
Per gli investitori istituzionali, il messaggio è che il rischio geopolitico non è più un evento di coda, ma una variabile strutturale.
Questo impatta in particolare sui Settori Industriali Strategici che diventeranno sempre più “asset sovrani”: energia, difesa, infrastrutture, shipping navale, tecnologia critica, finanza cross-border.
Le decisioni di allocazione del capitale dovranno quindi sempre più tenere conto dell’allineamento geopolitico degli asset, vale a dire: quanto la governance delle aziende, dei rispettivi mercati di sbocco e delle catene di approvvigionamento critiche, siano vulnerabili alle sanzioni o siano esposte a decisioni sovrane improvvise, come dazi e vincoli alle esportazioni che sono sempre più frequenti ed incisivi.
L’autonomia strategica diventa un vincolo.
L’autonomia strategica europea non è più uno slogan né una scelta politica, è una necessità imposta dall’esterno.
Ma attenzione: non significa autarchia, né rottura con gli Stati Uniti. Significa molto più concretamente la necessità di sviluppare rapidamente la capacità industriale difensiva, la resilienza energetica, un’autonomia tecnologica selettiva e capacità di decisione rapida.
A tal fine la Realtà internazionale impone ai Paesi Membri dell’UE di rafforzare i processi decisionali basati su cooperazioni rafforzate e di marginalizzare gli ambiti e gli attori in cui il diritto di veto risulti contrario agli interessi strategici della maggioranza dei Paesi.
È un passaggio chiave: in un mondo sempre più conteso, per difendere efficacemente i propri interessi strategici, gli Stati devono gradualmente cedere sovranità.
Una scelta che comporta la rinuncia volontaria e calcolata di porzioni crescenti delle sovranità nazionali, l’integrazione reale delle politiche di difesa e sicurezza, la creazione di una catena di comando unitaria, la costruzione di sinergie industriali europee credibili, non frammentate e concorrenti, attraverso una visione strategica comune che vada oltre i confini e le convenienze elettorali nazionali.
A livello economico, i Paesi che non riusciranno a costruire queste capacità pagheranno già nel breve termine un premio di rischio crescente.
O l’Europa accetta di diventare una potenza politica e strategica più coesa dell’attuale e gestita da una leadership adeguata alla nuova configurazione, oppure dovrà abituarsi a vivere in un mondo in cui altri decidono e gestiscono gli asset europei, in base ad interessi strategici esterni e naturalmente concorrenti: il problema reale è che dalla sostenibilità economica alla coesione interna delle democrazie il passo è breve.
CONCLUSIONI OPERATIVE
Il filo rosso che lega Venezuela, Groenlandia e NATO è semplice: gli Stati Uniti stanno ridisegnando la loro egemonia non per gestire il mondo, ma per vincere una competizione sistemica con la Cina.
Questo comporta: maggiore unilateralismo, maggiore uso della leva economica, maggiore instabilità nelle aree “intermedie”.
Sebbene le azioni dell’amministrazione in Venezuela abbiano sconvolto il mondo e inviato un messaggio forte ai rivali degli USA a Pechino, Mosca, L’Avana e Teheran, esse sono probabilmente solo il punto di partenza per una rivalutazione più ampia e a lungo termine degli interessi fondamentali degli Stati Uniti nell’emisfero e dei mezzi per raggiungerli.
In questo domino, innescato da Washington per ridisegnare gli equilibri di potenza nell’emisfero occidentale, Cuba con la sua insostenibile dipendenza energetica ed economica dal Venezuela, è la probabile prossima tessera.
Per i decisori aziendali e gli investitori istituzionali, possiamo delineare quattro takeaway operativi:
- Geopolitica come input strutturale: non più scenario alternativo, ma base di ogni decisione strategica.
- Rischio sovrano in aumento anche nei Paesi “stabili”: le decisioni politiche conteranno più dei fondamentali nel breve-medio termine.
- Premio per asset allineati geopoliticamente: difesa, energia, infrastrutture strategiche diventano asset quasi-sovrani.
- Europa come area di transizione, non di stabilità: opportunità e rischi cresceranno insieme.
Venezuela e Groenlandia non sono quindi eccezioni, sono anticipazioni.
Anticipano un mondo in cui il controllo conta più delle regole, la geografia pesa quanto la tecnologia e le alleanze valgono quanto la loro utilità.
Per chi gestisce capitale, ignorare questa traiettoria non è più un errore analitico: sarebbe un rischio strategico.
Autore: Prof. Alessandro Pozzi, Dipartimento di Ingegneria Meccanica, POLIMI.
Laurea Magistrale in Ingegneria Meccanica – Defense & Security – Corso di Geopolitica per la Difesa e la Sicurezza – POLIMI A.A. 2025/2026
Integrare l’analisi geopolitica nelle valutazioni di allocazione strategica è ormai indispensabile.
C’è un forte bisogno, da parte di Leader aziendali e responsabili degli investimenti, di avere una visione strategica, per dare senso, creare connessioni nuove e individuare opportunità nei rapidi cambiamenti in atto, sempre più guidati dai processi decisionali degli Stati.
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