𝗡𝗨𝗖𝗟𝗘𝗔𝗥𝗘 𝗣𝗔𝗖𝗛𝗜𝗦𝗧𝗔𝗡𝗢, 𝗜𝗡𝗗𝗨𝗦𝗧𝗥𝗜𝗔 𝗧𝗨𝗥𝗖𝗔, 𝗗𝗘𝗡𝗔𝗥𝗢 𝗦𝗔𝗨𝗗𝗜𝗧𝗔
L’accordo della Mecca è l’opposto degli Accordi di Abramo ed il segnale che il Medio Oriente ha smesso di aspettare che sia l’America a garantirne la sicurezza.
di Alessandro Pozzi — Docente al Politecnico di Milano, esperto di geopolitica ed economia
Tre alleati storici degli Stati Uniti hanno appena firmato un patto che presuppone di 𝗻𝗼𝗻 𝗽𝗼𝘁𝗲𝗿𝘀𝗶 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗳𝗶𝗱𝗮𝗿𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘀𝗶𝗰𝘂𝗿𝗲𝘇𝘇𝗮 𝗮𝗺𝗲𝗿𝗶𝗰𝗮𝗻𝗮.
Nucleare pachistano, industria turca, denaro saudita: il 7 agosto Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno siglato alla Mecca un patto di difesa collettiva in stile Articolo 5. Lo abbiamo letto tutti come un 𝗺𝗲𝘀𝘀𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗮𝗹𝗹’𝗜𝗿𝗮𝗻, 𝗺𝗮 𝗲̀ 𝗺𝗼𝗹𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗽𝗶𝘂̀.
Nel mio nuovo articolo e podcast argomento che l’accordo della Mecca 𝗲̀ 𝗶𝗹 𝗿𝗼𝘃𝗲𝘀𝗰𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗴𝗹𝗶 𝗔𝗰𝗰𝗼𝗿𝗱𝗶 𝗱𝗶 𝗔𝗯𝗿𝗮𝗺𝗼: un’assicurazione sunnita costruita senza Israele e con Washington in ruolo ridotto, che nasce per contenere l’assertività israeliana quanto la minaccia iraniana. Il 𝘃𝗲𝗿𝗼 𝗺𝗼𝘁𝗼𝗿𝗲 𝗲̀ 𝗹𝗮 𝗿𝗶𝘃𝗮𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝘁𝘂𝗿𝗰𝗼-𝗶𝘀𝗿𝗮𝗲𝗹𝗶𝗮𝗻𝗮, che si estende 𝗱𝗮𝗹 𝗠𝗲𝗱𝗶𝘁𝗲𝗿𝗿𝗮𝗻𝗲𝗼 𝗼𝗿𝗶𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗲 𝗳𝗶𝗻𝗼 𝗮𝗹 𝗖𝗼𝗿𝗻𝗼 𝗱’𝗔𝗳𝗿𝗶𝗰𝗮.
E le implicazioni non restano sulla mappa: arrivano sul prezzo del petrolio, sulla tenuta dell’OPEC dopo l’uscita degli Emirati, sui flussi della difesa, sul dollaro
Trovi di seguito l’articolo completo oltre ai link per ascoltarlo in PODCAST su YouTube, suddiviso in due parti.
Buona lettura e ascolto !
Ci sono accordi che contano per ciò che dicono, e accordi che invece contano di più per ciò che presuppongono. Quello firmato alla Mecca il 7 agosto 2026 appartiene alla seconda categoria, ed è per questo che merita un’analisi che vada oltre il titolo con cui gran parte della stampa internazionale l’ha liquidato.
Tre alleati storici degli Stati Uniti ( Arabia Saudita, Turchia e Pakistan ) hanno sottoscritto un patto di difesa collettiva la cui clausola cardine ricalca l’Articolo 5 del Trattato Atlantico: un attacco armato contro uno dei tre è considerato un attacco contro tutti. La quasi totalità dei commentatori occidentali l’ha ribattezzato “NATO sunnita” e ne ha fatto una risposta all’Iran. Non è una lettura sbagliata. È una lettura parziale, e la parte che manca è quella che conta di più. Perché il fatto rilevante non è che tre potenze musulmane si coordinino contro Teheran: è che tre partner di Washington abbiano ritenuto necessario costruirsi un’assicurazione collettiva che dà per scontato di non potersi più affidare fino in fondo all’ombrello americano.
Ed è fondamentale capire che questa assicurazione tenga nel mirino tanto l’Iran quanto Israele.
Vorrei spiegare perché, e poi arrivare dove ai miei studenti al Politecnico chiedo sempre di arrivare: alle implicazioni concrete. Perché la geopolitica, come ripeto a lezione, non è una cornice da contemplare. È una variabile già entrata nei processi industrali e nel conto economico e che continuerà a entrarci con forza crescente nei prossimi anni.
La triade: cosa è stato davvero messo insieme
Cominciamo dal capire perché questo accordo è diverso dai precedenti. L’Arabia Saudita ha un patto di mutua difesa con il Pakistan dal settembre 2025 e con i partner del Golfo dal 2000. Nulla di tutto ciò ha mai prodotto un automatismo di reazione. La novità della Mecca non è la firma: è la combinazione, per la prima volta in un’unica architettura, di tre asset che finora non erano mai stati messi a fattor comune.
Il primo è la deterrenza nucleare pachistana, l’unica infrastruttura di deterrenza atomica di un Paese a maggioranza musulmana. Le stime più autorevoli, quelle del SIPRI e del Bulletin of the Atomic Scientists, collocano l’arsenale di Islamabad intorno alle 170 testate, un numero rimasto stabile dal 2023 ma destinato, secondo la stessa Federation of American Scientists, a crescere verso le 200 unità entro la fine del decennio, con lo sviluppo di nuovi vettori e l’accumulo di materiale fissile.
Il secondo asset è l’industria della difesa turca, cresciuta a un ritmo che pochi in Europa hanno colto: le esportazioni di difesa e aerospazio di Ankara hanno toccato circa 10 miliardi di dollari nel 2025, in aumento del 48% su base annua e più che triplicate rispetto ai circa 3 miliardi del 2019, mentre la dipendenza dall’estero della filiera è scesa dall’80% a poco più del 20%. Il solo produttore Baykar ha esportato 2,2 miliardi di dollari di droni, restando per il terzo anno consecutivo il maggiore esportatore mondiale di velivoli da combattimento senza pilota, con sistemi venduti in una trentina di Paesi.

Il terzo asset è la capacità finanziaria saudita, l’unica in grado di finanziare su scala questa architettura di sicurezza complessa e che configura Riad come il baricentro geopolitico ed economico del Medio Oriente. Questa “potenza di fuoco” si poggia su tre pilastri macroeconomici interconnessi: il Public Investment Fund (PIF), il fondo sovrano nazionale, i cui asset in gestione hanno superato 1,2 mila miliardi di dollari, con ricavi lordi annui vicini ai 120 miliardi, guidando la localizzazione della manifattura avanzata e congiungendo le filiere tecnologiche dei partner strategici. Il secondo pilastro sono le Riserve Valutarie della Banca Centrale Saudita (SAMA), che ammontano a circa 495 miliardi di dollari. Infine, la sostenibilità di questo impianto poggia su un Prodotto Interno Lordo di circa 2,8 T di dollari a parità di potere d’acquisto, ed esposto agli impatti del conflitto nel golfo persico: nel secondo trimestre del 2026, il PIL reale saudita ha registrato una contrazione del 4,8% su base annua, principalmente a causa del crollo delle esportazioni petrolifere (-24,7% su base annua tra aprile e giugno).
Deterrenza atomica, capacità industriale-militare e denaro, riuniti in un solo tavolo. È questa la formula che rende l’accordo qualcosa di più della somma dei suoi precedenti, e che spiega perché l’Atlantic Council l’abbia definito un punto di svolta nell’ordine multipolare emergente della regione.
Il contesto è quello di una regione in guerra aperta: dal 28 febbraio 2026 il conflitto tra Stati Uniti-Israele e Iran ha fatto piovere missili sugli esportatori di greggio del Golfo e ha di fatto chiuso lo Stretto di Hormuz, la via d’acqua attraverso cui transitava in tempi normali circa un quinto del petrolio mondiale, e le cui esportazioni dal Medio Oriente sono crollate, durante la chiusura, da 18,3 a circa 8,8 milioni di barili al giorno. È in questo clima, dopo che l’Arabia è stata colpita a più riprese da Iran e Houthi senza che l’ombrello statunitense la proteggesse davvero, che il patto, negoziato in quasi un anno, è stato presentato come “puramente difensivo” e aperto ad altri. Sono formule di prudenza diplomatica. Dicono meno di quanto tacciono: ad esempio non si indica l’Iran come minaccia, esattamente come non si cita Israele.
Né una NATO, né un divorzio da Washington
Conviene disinnescare subito due esagerazioni simmetriche, perché entrambe impediscono di vedere il punto strategico.
La prima è l’immagine della “NATO sunnita”. L’accordo non è una NATO: gli obblighi concreti non sono specificati, il testo non nomina alcun nemico, e come nota giustamente Allison Minor dell’Atlantic Council, i patti precedenti di Riad non si sono mai tradotti in una risposta stile Articolo 5. Nemmeno l’intesa con il Pakistan del 2025, né quella con il Consiglio di cooperazione del Golfo del 2000, hanno mai attivato un automatismo di mutua difesa. Gli analisti iraniani lo descrivono come una “coalizione di bilanciamento” dal valore soprattutto simbolico, e penso abbiano ragione su un punto tecnico: né Ankara né Islamabad hanno il minimo interesse a farsi trascinare in una guerra guerreggiata per conto di Riad. Chi cerca nel Mecca Joint Defence Agreement ( MJDA ) una macchina bellica pronta a scattare resterà deluso.
La seconda esagerazione, però, è speculare e altrettanto fuorviante: leggere il patto come un divorzio dagli Stati Uniti, perchè non lo è. Nessuno dei tre firmatari ha reciso i propri legami di sicurezza con Washington. La Turchia resta nella NATO, con il secondo esercito dell’Alleanza per dimensioni. Il Pakistan intende anzi spendere l’accordo con l’amministrazione Trump, come prova della propria utilità e come contributo a quel burden-sharing, la condivisione degli oneri, che la Casa Bianca chiede da tempo agli alleati. Come osserva Michael Kugelman dell’Atlantic Council, Islamabad potrà citare questo patto, come già quello con Riad, per ricordare a Washington la propria rilevanza regionale. Siamo quindi davanti a un’operazione di copertura del rischio, quello che in finanza chiameremmo hedging, dentro una relazione che continua, non a un’espulsione dell’America dalla regione.
Il significato dell’accordo vive esattamente in questo spazio intermedio. E per coglierlo bisogna avere il coraggio di dire una cosa che a Washington si preferisce non dire.
L’indebolimento della centralità americana
Sul peso da attribuire all’arretramento statunitense bisogna essere onesti anche sul piano del metodo e qui mi rivolgo in particolare a chi, come me, non si fida delle narrazioni preconfezionate. La cornice più diffusa negli ambienti occidentali, sintetizzata dall’Atlantic Council, è che l’accordo non rappresenti un rifiuto della partnership americana, e possa anzi essere coerente con lo sforzo degli Stati Uniti di ricalibrare il proprio ruolo, passando da “garante” della sicurezza a “integratore” di architetture regionali. È una tesi con basi reali. Ma va letta per ciò che è: una lettura di parte, prodotta da un’istituzione atlantista che ha un interesse strutturale a raccontare l’arretramento americano come scelta strategica anziché come necessità subìta. È, in altre parole, il modo in cui Washington preferisce che si legga il proprio ridimensionamento. Prenderla come verità neutra sarebbe un errore analitico.
Quando si triangola con fonti dagli incentivi opposti, il quadro si fa più nitido. Gli analisti del Golfo parlano apertamente di due visioni incompatibili dell’ordine regionale e di diluizione della centralità americana; quelli iraniani, naturalmente, rivendicano una accresciuta leva strategica. E il dato empirico converge nella stessa direzione. La guerra contro l’Iran era cominciata con l’ambizione dichiarata del cambio di regime, e persino della “resa incondizionata” invocata da Trump. La guerra ha ucciso il Leader Supremo e altri 47 esponenti di spicco dei vertici politici e militari iraniani, ma non ha raggiunto il suo obiettivo strategico e mesi di bombardamenti americani e israeliani non sono riusciti a spezzare la capacità iraniana di minacciare il transito nello Stretto di Hormuz. L’accordo interinale che ne è seguito, mediato dall’Oman, finisce per riconoscere di fatto una qualche forma di controllo iraniano sullo stretto: una concessione che, come ha ammesso al Reuters una fonte vicina al negoziato, “è già stata fatta”.

Il secondo indicatore, ancora più eloquente, è chi gestisce la de-escalation. Il cessate-il-fuoco di aprile l’ha mediato il Pakistan: “Fratello d’acciaio” di Pechino e ombelico della Belt and Road Initiative attraverso il Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC). L’alleanza è nata dopo la guerra sino-indiana del 1962 ed oggi, la Cina è il maggior fornitore di sistemi d’arma del Pakistan nonchè principale garanzia di deterrenza convenzionale e strategica contro Nuova Delhi.
Il negoziato su Hormuz coinvolge Oman, Qatar, Pakistan e Arabia Saudita, cioè, tra gli altri, due dei tre firmatari del MJDA. Gli Stati Uniti restano attivamente al tavolo, con l’inviato Steve Witkoff in contatto diretto con i ministri iraniano e omanita: non sono “esclusi”, come talvolta si legge con eccessiva enfasi. Ma sono declassati da regista indispensabile a uno dei protagonisti, mentre Teheran tenta apertamente di bilateralizzare la questione dello stretto con Muscat e di spingere Washington ai margini, arrivando a proporre un regime di transito che escluderebbe le navi statunitensi e israeliane.
La conclusione quindi non è la fine dell’egemonia americana: una formula suggestiva ma imprecisa. È che la centralità statunitense si è indebolita all’interno di una relazione che prosegue. Ed è proprio questa combinazione (dipendenza residua con fiducia calante) a rendere razionale in termini di Realismo Difensivo, per Riad, Ankara e Islamabad, dotarsi di una rete di sicurezza propria. L’accordo MJDA è il sintomo, non la causa, di questo slittamento. Ma i sintomi, in geopolitica come in medicina, sono la prima cosa da leggere.
Il doppio bersaglio: Iran quanto Israele
Veniamo al punto che l’etichetta anti-iraniana nasconde: il testo dell’accordo non nomina alcun nemico e l’assenza di una minaccia esplicita è deliberata. Dietro quella reticenza c’è il secondo bersaglio.
Per Burcu Özcelik del RUSI di Londra, l’intesa mira a controbilanciare la potenza regionale iraniana ma anche a costruire deterrenza verso Israele, più che a preparare uno scontro con Teheran. È una lettura che l’Atlantic Council porta più a fondo: per Rich Outzen, aggiungere alla squadra di Ankara un gigante economico e una potenza nucleare rafforza nettamente la deterrenza contro Israele, un vicino i cui leader parlano ormai apertamente di ostilità con la Turchia. Non è un caso che, dopo il raid israeliano su Doha del 2025, condotto sul territorio sovrano di uno Stato del Golfo che ospita il quartier generale avanzato del comando militare americano, diversi attori regionali abbiano iniziato a ragionare su una difesa aerea collettiva contro entrambe le minacce, quella iraniana e quella israeliana.
L’effetto pratico su Israele è un aumento del rischio di escalation più che un vincolo militare diretto. Poiché gli obblighi dell’accordo sono indefiniti, Gerusalemme non può calcolare una soglia di deterrenza precisa e questa opacità è essa stessa una forma di pressione. Resta però il dato che qualunque avversario contempli oggi un attacco maggiore contro l’Arabia o la Turchia deve mettere in conto che il Pakistan nucleare ha formalmente dichiarato un simile attacco come rivolto contro sé stesso. Non è un ombrello atomico esteso, su questo torneremo, ma è un elemento nuovo nel calcolo di chiunque pianifichi un’operazione militare nella regione.
La rivalità turco-israeliana: il vero motore
Per capire perché l’asse anti-israeliano abbia una carica dirompente bisogna guardare oltre il patto. La rivalità tra Ankara e Gerusalemme non nasce alla Mecca: il patto la mette a sistema. È una competizione strutturale, alimentata dalla transizione verso un Medio Oriente multipolare e da visioni regionali inconciliabili. Come sintetizza Brookings, quella che era iniziata come rottura politica su Gaza si è evoluta in una competizione strategica a tutto campo, che si dispiega in Siria, sui confini marittimi del Mediterraneo orientale e nei corridoi di Washington.
Il teatro principale è la Siria post-Assad, dove gli obiettivi sono opposti: Israele lavora per impedire l’emergere di un’autorità centrale consolidata, così da preservare la propria libertà d’azione; la Turchia punta al ripristino di uno Stato siriano funzionante, capace di stabilizzare il Paese e consentire, tra l’altro, il rientro di parte dei 2,25 milioni di rifugiati siriani ufficialmente registrati e ancora presenti in Turchia sotto lo status di protezione temporanea. La misura dell’attrito la dà un dato ripreso dallo Stimson Center: nei sette mesi successivi alla caduta di Assad, Israele ha colpito la Siria quasi mille volte. La lettura di intelligence prevalente resta quella di una competizione sistemica più che di uno scontro diretto imminente, con la Siria come “valvola di sfogo” in cui, però, un errore di calcolo tattico potrebbe allargarsi rapidamente in una conflagrazione più ampia.
La dimensione politica e di percezione è ormai esplicita. L’ex primo ministro israeliano Naftali Bennett ha definito la Turchia “il nuovo Iran”, accusando Ankara di voler costruire un asse sunnita ostile insieme al Pakistan nucleare ed è significativo che questa percezione, secondo le valutazioni diplomatiche israeliane, non sia confinata al governo Erdoğan ma condivisa da ampi settori dell’opinione pubblica turca. Quando due Stati arrivano a vedersi reciprocamente come minaccia esistenziale, la rivalità cessa di essere gestibile con la sola diplomazia.
La rivalità è multi-teatro, e questo è il punto che in Europa si tende a sottovalutare. Si estende al Mediterraneo orientale, dove Ankara osteggia la cooperazione energetica e securitaria tra Israele, Grecia e Cipro, mentre Gerusalemme approfondisce la partnership con Atene e Nicosia; e arriva fino al corridoio Mar Rosso-Corno d’Africa, dove il sostegno turco alla Somalia e il riconoscimento israeliano del Somaliland trascinano i due Paesi in una contesa per l’influenza.
Secondo i funzionari turchi citati da Brookings, Israele persegue una strategia di contenimento a due binari: geografico, rafforzando i legami con Grecia e Cipro; e politico, sfruttando la propria influenza sul Congresso statunitense per tenere tese le relazioni USA-Turchia. Al punto che alcuni analisti, citati da Bloomberg, hanno cominciato a leggere la regione attraverso due blocchi contrapposti: da un lato Turchia, Arabia Saudita, Egitto e Pakistan; dall’altro Israele, India, Emirati Arabi Uniti e Grecia.
È una semplificazione, e come tale va maneggiata con prudenza. Ma ha un correlato concreto: di fronte al tentativo turco di costruire un’architettura di sicurezza con le grandi potenze musulmane, Israele starebbe lavorando a un allineamento alternativo che coinvolge sé stesso, Grecia, Cipro, India e (in sostegno esterno) Francia: il cosiddetto “Mediterranean Quad”.
Due coalizioni che si specchiano e si bilanciano. E lo schema fa emergere un punto che quasi tutti trascurano, e che è centrale per capire dove si sta spostando il baricentro della regione: gli Emirati stanno dall’altra parte.
Il Golfo si è già diviso
La narrazione di un mondo sunnita che si stringe compatto attorno alla Mecca si scontra con un fatto che precede la firma di mesi. Il 28 aprile 2026 gli Emirati hanno annunciato l’uscita dall’OPEC, con effetto dal 1° maggio, diventando il più grande produttore di petrolio mai uscito dall’organizzazione. E’ importante fare molta chiarezza: l’OPEC non è il GCC, e gli Emirati restano membri del Consiglio di cooperazione del Golfo. A rompersi non è l’istituzione, ma la coesione. Per il Middle East Council l’uscita riflette la crescente divergenza tra Abu Dhabi e Riad, ormai in competizione su più fronti, dagli investimenti diretti esteri all’influenza nei teatri di crisi; a mio aviso è il segno visibile di una rottura profonda tra due visioni incompatibili dell’ordine del Golfo.
Le ragioni dell’uscita sono anche economiche, e vale la pena richiamarle perché illuminano la logica di Abu Dhabi: gli Emirati hanno una capacità produttiva di circa 4,8 milioni di barili al giorno e puntano a raggiungere i 5 milioni entro il 2027, ma le quote OPEC ne comprimevano da anni le ambizioni. Uscire significa liberarsi del vincolo. Ma la tempistica, nel mezzo della guerra, dopo essere stati tra i più colpiti dagli attacchi iraniani, segnala anche una postura più dura verso Teheran e un allineamento più stretto con Washington, che vede con favore un OPEC indebolito e prezzi più contenuti.
Secondo il Financial Timese, al di là dei legami militari, Abu Dhabi ha investito massicciamente negli Stati Uniti e nell’influenza politica sull’amministrazione. L’UAE ha speso oltre 270 milioni di dollari in attività di lobbying a Washington negli ultimi 10 anni ed ha sfruttato abilmente i 1.700 miliardi di dollari che gestisce in fondi sovrani e imprese statali (Mubadala e MGX): dai 500 milioni di dollari che un membro della famiglia reale emiratina ha pagato per acquisire il 49% nella World Liberty Financial della famiglia Trump, all’acquisto di 2 miliardi di dollari in stablecoin della stessa World Liberty da parte di MGX; dall’acquisto del 15% di TkTok USA all’investimento nelle aziende produttrici di semiconduttori GlobalFoundries e Cerebras.
Chi entrerà, allora, nell’accordo della Mecca? Gli analisti indicano Qatar e Kuwait come primi candidati: vicini a tutti e tre i firmatari, e con il movente più forte per assicurarsi dopo essersi sentiti esposti durante la guerra e dopo il raid su Doha. Gli Emirati, invece, non compaiono nella lista e difficilmente vi compariranno nel prossimo futuro. Un blocco sunnita a trazione turca è strutturalmente minaccioso per Abu Dhabi, che nei Fratelli Musulmani individua il proprio nemico principale, che ha con Ankara una rivalità ideologica di fondo, e che durante la guerra ha tenuto la postura più dura verso l’Iran.
L’UAE è l’anomalia filo-israeliana del Golfo: il corridoio commerciale più grande del mondo arabo con Israele (con un interscambio bilaterale di oltre 3 miliardi di dollari nel 2024 ) e un’integrazione militare con Israele che ha fornito batterie antimissile per intercettare i droni Houthi. Nel 2024, circa il 12% delle vendite di armi israeliane, per quasi 2 miliardi di dollari, è andato ai firmatari degli Accordi di Abramo. Gli accordi della Mecca certificano l’isolamento di questo polo più che riassorbirlo.

Il rovescio degli Accordi di Abramo
Arriviamo così al cuore di questa competizione tra potenze regionali, quello che consiglio di tenere a mente sopra ogni altro. L’accordo della Mecca è il rovescio speculare degli Accordi di Abramo. Dove Abramo integrava alcuni Stati arabi con Israele sotto l’ombrello statunitense, la Mecca MJDA costruisce un’assicurazione sunnita senza Israele e con Washington in ruolo ridotto.
Il punto non è che gli Accordi stiano collassando: smettono di espandersi e perdono attrattiva. Nessun firmatario si è ritirato: Marocco, Emirati e Bahrein restano dentro, per quanto frustrati dall’assertività militare di Israele e l’ingaggio silenzioso continua, come sottolinea con equilibrio il Washington Institute. La stessa inviata emiratina Lana Nusseibeh ha avvertito che le azioni israeliane rischiano di minare “la visione e lo spirito” degli Accordi: parole dure, ma di chi resta dentro.
Ma per l’attore decisivo, l’Arabia Saudita, la traiettoria si è invertita. Il raid israeliano su Doha del settembre 2025 ha rappresentato una rottura qualitativa: colpire una delegazione sul territorio sovrano di uno Stato del Golfo che ospita un comando americano ha spostato la posizione di Riad. Secondo il Middle East Forum, da quel momento l’Arabia è passata dal rinvio riluttante della normalizzazione all’opposizione attiva all’intero quadro strategico che essa rappresentava, arrivando a farsi capofila di un blocco “anti-Accordi di Abramo”.
Vi si aggiunge un fattore interno da non sottovalutare: dopo il 7 ottobre 2023 il rifiuto popolare della normalizzazione è aumentato nettamente nel regno, riducendo il divario tra il pragmatismo delle élite ed il sentimento dell’opinione pubblica che denuncia le azioni militari d’Israele come una campagna di genocidio a Gaza ed un esplicito tentativo di annessione della Cisgiordania. Mohammed bin Salman ha posto come condizione un percorso credibile e strutturato verso lo Stato palestinese: un meccanismo, non un gesto. E l’accordo della Mecca viene letto da più parti, incluso il pensatoio israeliano JISS, proprio come un’alternativa regionale parziale alla normalizzazione: un quadro di sicurezza che non dipende da Israele.
Il nesso con l’arretramento americano chiude il cerchio. Nel luglio 2026 Trump ha legato un accordo nucleare civile con l’Arabia all’ingresso del regno negli Accordi di Abramo e alla normalizzazione con Israele. Riad ha risposto costruendo gli accordi della Mecca, un’architettura che le consente di non pagare quel prezzo.
Sul fianco nordafricano resta invece saldo l’avamposto opposto: il Marocco, la cui normalizzazione con Israele fu barattata nel 2020 con il riconoscimento americano della sovranità sul Sahara Occidentale, ha trasformato quell’intesa in un vero e proprio asse di hard power con Washington e Gerusalemme, fatto di condivisione di intelligence, pianificazione militare congiunta e integrazione di tecnologie di difesa israeliane. Un asse che alcuni analisti leggono come funzionale agli interessi statunitensi e israeliani anche oltre il Maghreb: un’interpretazione, più che un fatto accertato (benchè la partecipazione al Board of Peace e la crisi di Ceuta siano letti da molti analisti come indizi in tal senso), ma che segnala quanto la regione si stia riorganizzando lungo linee di faglia sempre più nette.
Lo scenario centrale
Provo a indicare, come sempre, lo sviluppo che valuto realisticamente come più probabile, non per il vezzo di fare previsioni, ma perché senza uno scenario di riferimento non si possono valutare le implicazioni.
Nei prossimi dodici-diciotto mesi l’accordo della Mecca MJDA resterà un’architettura a bassa formalizzazione e alto valore segnaletico (non una NATO operativa), il cui effetto principale sarà di deterrenza psicologica e di leva diplomatica. Si allargherà, con ogni probabilità, a Qatar e forse Kuwait, non agli Emirati. Non produrrà un ombrello nucleare esteso: la deterrenza pachistana resterà orientata all’India, e Islamabad continuerà a ripetere che l’atomica “non è sul tavolo”. Ma consoliderà tre tendenze già in atto: l’erosione della centralità americana nel Golfo, il congelamento dell’espansione degli Accordi di Abramo, e l’irrigidimento della rivalità turco-israeliana come principale linea di frattura regionale, con la Siria e il Mediterraneo orientale come teatri più esposti.
Il rischio più concreto non è una guerra tra blocchi: è un mondo in cui le soglie di escalation diventano meno leggibili, e quindi più facili da superare per un errore di calcolo od un incidente. Un sistema con più attori dotati di capacità di veto e di ritorsione può scoraggiare l’aggressione, ma moltiplica anche i punti in cui un calcolo sbagliato si trasforma in conflitto. È da qui che parte ciò che interessa a chi si occupa di economia e di mercati, come molti di noi.
Le implicazioni per la geopolitica
Riassumo le implicazioni prima in chiave strategica, perché sono la premessa di quelle economiche.
La prima implicazione è il consolidamento di un multipolarismo di potenze medie. Non stiamo assistendo alla sostituzione dell’egemonia americana con un’altra egemonia, ma alla frammentazione della garanzia unica in una pluralità di assicurazioni regionali che si sovrappongono. Riad si assicura con Ankara e Islamabad; Abu Dhabi con Washington e Gerusalemme; il Marocco con l’asse atlantico-israeliano. È un mondo più affollato di garanti e più povero di garanzie certe.
La seconda è la frattura interna al mondo sunnita. La retorica dell’unità islamica nasconde una competizione reale per la leadership: la Turchia ambisce a porsi come potenza guida del mondo sunnita e del Levante, in concorrenza non solo con l’Iran ma anche con l’Arabia Saudita e con gli Emirati. L’accordo della Mecca, ospitato da Riad ma ad evidente vantaggio industriale e strategico di Ankara, è un compromesso tra questi due protagonismi, non la loro fusione.
La terza è il congelamento del progetto di normalizzazione arabo-israeliana come architettura ordinatrice della regione. Per un decennio l’idea dominante a Washington è stata che la sicurezza mediorientale potesse essere costruita integrando Israele e mondo arabo sunnita sotto ombrello americano, in funzione anti-iraniana. La Mecca dice che quel disegno ha esaurito la sua spinta propulsiva, e che una parte crescente del mondo sunnita preferisce assicurarsi contro Israele piuttosto che con Israele.
Le implicazioni per l’economia globale
Veniamo al punto che, da economista oltre che da analista di geopolitica, considero concretamente importante. Non ha senso cimentarsi nel dire dove sarà il petrolio tra tre mesi. Mi interessa quali forze questo riassetto mette in moto sui costi e sulle opportunità già dei prossimi cinque anni. Le articolo in sette punti, dal più immediato al più strutturale, ciascuno ancorato ai dati.
Primo: il premio geopolitico sul petrolio non è un livello fisso, ma un premio “a regime alternato”. Qui devo aggiornare e in parte correggere, una stima che avevo proposto in un mio precedente intervento, quando quantificavo il premio strutturale legato a Hormuz nell’ordine degli 8-14 dollari al barile. I fatti degli ultimi sei mesi non impongono tanto una revisione al rialzo di quel numero, quanto un cambio di natura del fenomeno. Prima della guerra, a fine febbraio 2026, il Brent quotava intorno ai 71 dollari. Con l’apertura delle ostilità è salito bruscamente, superando i 118 dollari in due massimi ravvicinati (a fine marzo e di nuovo a inizio maggio) per poi oscillare violentemente al ritmo dell’alternarsi di escalation e tregue. Nella fase diplomatica di luglio è ridisceso fino a circa 70 dollari, cioè sostanzialmente al livello pre-bellico, complice anche un surplus di offerta globale, per poi risalire agli attuali 86 dollari, circa il 21% sopra il pre-guerra, quando la guerra è ripresa e il blocco navale statunitense è tornato operativo. È un andamento che smentisce l’idea rassicurante di un premio “fisso”: lo scostamento dal livello pre-bellico è arrivato fino a una cinquantina di dollari ai picchi, si è azzerato nella tregua estiva e vale oggi una quindicina di dollari. Le stime di un premio “incorporato” più contenuto (ING lo collocava intorno ai 10 dollari a febbraio, altre analisi tra 12 e 18 ad aprile) restano valide per le fasi a bassa intensità, ma non catturano l’ampiezza reale della banda.
Ed è proprio l’ampiezza il punto strategico: il prezzo del greggio si è sganciato da un equilibrio stabile e oscilla ora in una fascia larghissima, tra i 70 e i 120 dollari, la cui escursione è dettata soprattutto dall’alternarsi di guerra e diplomazia più che dai fondamentali di domanda e offerta. La Mecca contribuisce a rendere questa condizione strutturale, perché istituzionalizza una sicurezza del Golfo gestita da un blocco regionale e non più dalla sola US Navy, aggiungendo un’incognita permanente sulla catena di comando della deterrenza. Per i mercati il significato è preciso: non un prezzo più alto in media, ma una volatilità che ha smesso di essere un evento per diventare un regime e dunque coperture strutturalmente più difficili e costose. Non a caso Saudi Aramco ha registrato un balzo del 33% degli utili nel secondo trimestre: in un mondo simile, il premio geopolitico è, per i produttori, un trasferimento di reddito.

Secondo: la governance dell’offerta petrolifera si frammenta. Con l’uscita degli Emirati dall’OPEC e la competizione ormai aperta tra Riad e Abu Dhabi, il cartello perde potere di coordinamento proprio mentre due dei suoi pilastri storici prendono strade divergenti. L’UAE spinge la capacità verso i 5 milioni di barili al giorno per il 2027, investendo su soluzioni di traporto che aggirino il collo di bottiglia di Hormuz: pressione al ribasso sui prezzi da un lato, premio geopolitico al rialzo dall’altro. La sintesi per chi opera sui mercati è: bande di oscillazione più ampie, correlazioni meno stabili, coperture più difficili e costose. La prevedibilità che l’OPEC ha garantito per decenni, quel meccanismo che aggiustava la produzione per tenere i prezzi in equilibrio, è un “bene” che si sta esaurendo, e il suo venir meno è di per sé un fattore di volatilità strutturale che va prezzato.
Terzo: i flussi di capitale della difesa cambiano direzione. Il vero vincitore industriale dell’accordo è l’apparato militare-industriale turco. I numeri lo dicono con chiarezza: le esportazioni di difesa di Ankara sono passate da circa 3 miliardi di dollari nel 2019 a circa 10 miliardi nel 2025, con cinque aziende turche ormai nella classifica SIPRI dei primi cento produttori mondiali di armamenti. Con capitale saudita che affluisce verso questa base produttiva e verso quella pachistana, si apre una riallocazione della spesa del Golfo che erode, ai margini, un mercato storicamente presidiato dai grandi contractor occidentali. Per l’industria della difesa europea e americana il segnale è che una clientela un tempo captiva sta costruendosi alternative interne al mondo musulmano, con un rapporto qualità-prezzo, si pensi ai droni Baykar, sempre più competitivo. È una dinamica da monitorare nei bilanci degli esportatori di sistemi d’arma nei prossimi cicli di ordini.
Quarto: la de-dollarizzazione riceve un’altra spinta incrementale. Un blocco di sicurezza indipendente da Washington riduce, sul lungo periodo, la leva politica che sostiene la centralità del dollaro nel commercio energetico del Golfo: quel legame, nato negli anni Settanta, tra petrolio saudita prezzato in dollari e garanzia di sicurezza americana. Il quadro va letto con precisione, senza allarmismi: il dollaro resta dominante, con una quota intorno all’80% del commercio petrolifero mondiale e al 57,8% delle riserve valutarie globali secondo l’FMI, ma quest’ultima è in calo strutturale da un picco di circa il 72% nel 2001. Nel 2024 l’Arabia non ha formalmente rinnovato l’impegno a prezzare il greggio esclusivamente in dollari; i BRICS, oggi allargati a undici membri tra cui Arabia, Emirati e Iran, costruiscono infrastrutture di pagamento alternative; l’Iran ha iniziato a imporre pedaggi in yuan sul transito di Hormuz; le banche centrali hanno acquistato oltre mille tonnellate d’oro nel 2024 e altre 865 nel 2025, con volumi molto significativi per il quarto anno consecutivo.
Chi parlasse di collasso imminente del biglietto verde farebbe propaganda, non analisi. Sulla base dei dati, possiamo però constatare una deriva in graduale accelerazione: la de-dollarizzazione è una pendenza e ogni accordo che allenta il nesso tra sicurezza americana e commercio del Golfo ne aumenta l’inclinazione di qualche grado.

Quinto: due architetture di connettività concorrenti frammentano la mappa logistica eurasiatica. Il blocco Israele-India-UAE-Grecia ancora il corridoio IMEC (India-Medio Oriente-Europa) che passa per Haifa. Il blocco Turchia-Arabia-Pakistan ha una propria logica di connettività: non a caso l’Atlantic Council osserva che l’accordo consolida il posizionamento della Turchia nelle reti di energia e commercio tra India ed Europa, perché le partnership di difesa rafforzano e si intrecciano con quelle commerciali. Il risultato è una biforcazione dei corridoi che collegano Asia ed Europa. Per le catene di fornitura è la conferma di una tendenza che seguo da tempo: il passaggio da una logica di ottimizzazione del costo a una logica di ridondanza geopolitica. Costruire percorsi alternativi, duplicare fornitori, tenere scorte di sicurezza costa e quel costo non è ancora pienamente visibile nei conti economici di molte imprese, ma lo diventerà, perché la geografia dei corridoi non è più un dato tecnico ma una scelta di campo.
Sesto: il rischio-Paese del Golfo acquista una nuova variabile. La Vision 2030 saudita e i mega-progetti del regno dipendono da stabilità e capitale estero. La guerra ha già messo in pericolo quei piani, colpendo le esportazioni petrolifere e l’attrattività degli investimenti. L’accordo della Mecca è, in sostanza, Riad che compra un’assicurazione per proteggere tali investimenti. Per l’investitore istituzionale questo introduce un nuovo elemento nella valutazione del rischio sovrano del Golfo: la credibilità di un ombrello di sicurezza non più americano ma regionale, e per definizione meno testato. È una variabile che i modelli di rischio tarati sull’era della Pax Americana nel Golfo semplicemente non contengono e che andrà incorporata nei premi richiesti sul debito e sull’equity della regione.
Settimo: l’Europa scopre di essere spettatrice di un riassetto che la riguarda direttamente. L’Unione importa energia dal Golfo, siede all’estremità terminale di entrambi i corridoi di connettività e non ha voce in capitolo nella riorganizzazione della sicurezza mediterranea. La rivalità turco-israeliana nel Mediterraneo orientale, dove si contendono i giacimenti di gas e le rotte di interconnessione, alza i premi di rischio sui progetti energetici dell’area proprio mentre l’Europa cerca alternative al gas russo. È l’ennesima conferma che il dibattito sull’autonomia strategica europea non è un esercizio retorico, ma una necessità economica: chi non siede al tavolo della sicurezza finisce per pagarne il conto in bolletta energetica e in costo del capitale.
Una mappa che non esiste più
C’è una frase che uso spesso con i miei studenti al Politecnico, e che questo accordo rende più vera che mai: la geopolitica non è una variabile esterna da monitorare a margine del bilancio. È entrata strutturalmente nel conto economico attraverso il costo dell’energia, il costo delle materie prime, il costo della ridondanza di filiera, il costo del capitale per chi investe in una regione che cambia garante di sicurezza.
L’accordo della Mecca racconta un Medio Oriente che scivola verso un multipolarismo di potenze medie decise ad auto-assicurarsi. Il baricentro del mondo sunnita si sposta: l’Arabia guida una nuova architettura a trazione turca, gli Emirati restano il polo filo-israeliano ma isolato, il Marocco presidia l’avamposto dell’asse Washington-Gerusalemme, Qatar e Kuwait gravitano verso la Mecca. La normalizzazione con Israele non muore, ma si cristallizza attorno a un nucleo minoritario in termini demografici ed economici, invece di allargarsi, mentre accanto ad essa cresce un’architettura di sicurezza che di Israele fa a meno e che tiene nel mirino, a scopo di deterrenza, tanto Teheran quanto Gerusalemme.
Chi continua a leggere questa regione con la mappa del 2019, cioè un Golfo garantito dagli Stati Uniti, un’OPEC coesa, Accordi di Abramo in espansione, un dollaro incontestato, sta usando la mappa di un mondo che non esiste più. Il compito di chi fa il mio mestiere, e di chi prende decisioni di investimento e di strategia industriale, è disegnarne una nuova prima che sia il prossimo shock a costringerci a farlo.
Perché il costo di navigare con una carta sbagliata, in mari come questi, non si misura in errori di rotta. Si misura in naufragi.
Fonti principali
L’analisi si fonda sui contributi dei seguenti centri studi e testate, consultati tra il 7 e il 10 agosto 2026:
• Atlantic Council — analisi di Allison Minor, Michael Kugelman e Rich Outzen sull’accordo della Mecca e sul ruolo statunitense; Middle East Programs sul futuro degli Accordi di Abramo.
• RUSI (Royal United Services Institute) — Burcu Özcelik sulla doppia funzione di deterrenza verso Iran e Israele.
• Washington Institute for Near East Policy — sulla resilienza e i limiti degli Accordi di Abramo.
• Brookings Institution — sulla competizione strategica turco-israeliana.
• Stimson Center — sulla rivalità Turchia-Israele nella Siria post-Assad.
• Middle East Council on Global Affairs — sull’uscita degli Emirati dall’OPEC e sulle divergenze nel GCC.
• Middle East Forum e JISS — sul riposizionamento saudita rispetto alla normalizzazione con Israele.
• SIPRI e Bulletin of the Atomic Scientists / Federation of American Scientists — stime sull’arsenale nucleare pachistano.
• Presidency of Defense Industries (SSB) e Turkish Exporters Assembly — dati sulle esportazioni della difesa turca.
• IMF (COFER), World Gold Council, Asia Society — dati su riserve valutarie, acquisti d’oro e de-dollarizzazione.
• Financial Times, Reuters, Bloomberg, Al Jazeera, CNN, Axios — cronaca e dati di mercato su negoziati, Stretto di Hormuz e prezzi del greggio.
Autore: Prof. Alessandro Pozzi, Dipartimento di Ingegneria Meccanica, POLIMI.
Laurea Magistrale in Ingegneria Meccanica – Defense & Security – Corso di Geopolitica per la Difesa e la Sicurezza – POLIMI A.A. 2026/2027
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C’è un forte bisogno, da parte di Leader aziendali e responsabili degli investimenti, di avere una visione strategica, per dare senso, creare connessioni nuove e individuare opportunità nei rapidi cambiamenti in atto, sempre più guidati dai processi decisionali degli Stati.
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