Geopolitica per la Difesa e la Sicurezza

LA DIFFERENZA TRA VITTORIA TATTICA E SCONFITTA STRATEGICA


Alla data di pubblicazione di questo articolo è in corso una tregua di due settimane tra Stati Uniti, Israele ed Iran, mentre proseguono le operazioni militari di Israele contro il Libano e gli USA hanno imposto un blocco navale de facto, caratterizzato da interdizioni selettive e aumento del rischio per la navigazione nello Stretto di Hormuz.

Il blocco navale può essere interpretato non solo come uno strumento di pressione diretta sull’economia iraniana, ma anche come una leva indiretta volta a coinvolgere i principali attori del commercio globale – in particolare la Cina – affinché esercitino a loro volta pressioni su Teheran per favorire un accordo più vicino agli interessi strategici americani.

Teheran però «ha un motivo in più per sopportare il dolore più a lungo», poiché la guerra è «una questione di sopravvivenza per l’Iran».

In questo articolo e podcast analizzo, prima dal punto di vista tattico militare e quindi sotto il fondamentale profilo strategico, l’andamento del conflitto iniziato il 28 febbraio e la sua più realistica traiettoria.

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Trovi di seguito il testo dell’articolo, oltre ai link per ascoltarlo in versione PODCAST su YouTube e su Spotify.

Tra vittoria tattica e rischio di sconfitta strategica: cosa insegna la guerra contro l’Iran

Il conflitto scatenato dal secondo attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, sviluppatosi tra la fine di febbraio e l’inizio di aprile 2026, sembrerebbe offrire una conferma piuttosto netta della superiorità militare occidentale: difese aeree estremamente efficaci, capacità di colpire in profondità con precisione, distruzione di una quota significativa delle capacità offensive iraniane, eliminazione di figure chiave della leadership. Tutto questo è verificabile e, sotto il profilo strettamente militare, difficilmente contestabile.

Eppure, fermarsi a questa constatazione significa rischiare di perdere il punto più importante. Perché il modo in cui una guerra viene vinta sul piano tattico non coincide necessariamente con il modo in cui viene valutata sul piano geopolitico. E proprio in questa distanza tra successo operativo e risultato strategico si colloca la questione centrale sollevata da questo conflitto: è possibile che un’operazione militarmente efficace si traduca, nel medio periodo, in un indebolimento della posizione complessiva degli attori che l’hanno condotta?

Per rispondere a questa domanda è necessario partire dai fatti, senza forzature interpretative. La campagna iniziale condotta da Stati Uniti e Israele ha mostrato un livello di coordinamento e di efficacia che va oltre quanto molti analisti avevano previsto. Le difese aeree integrate – basate su sistemi come Patriot, THAAD, Arrow e Iron Dome – hanno intercettato la grande maggioranza dei missili balistici e dei droni lanciati dall’Iran. In alcuni casi, i tassi di intercettazione specificamente riferiti ai missili balistici hanno raggiunto livelli prossimi al 95%, anche in presenza di attacchi multipli e simultanei.

Questo dato merita di essere preso sul serio, perché incide su uno dei presupposti più diffusi negli ultimi anni: l’idea che la saturazione quantitativa, attraverso missili e droni relativamente economici, possa sopraffare anche difese avanzate. L’esperienza di questa guerra suggerisce che tale presupposto, almeno nei confronti di un avversario dotato di sistemi multilivello e di un’elevata integrazione tra sensori e intercettori, è stato probabilmente sopravvalutato. La quantità, da sola, non garantisce il risultato.

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A rendere possibile questo livello di efficacia difensiva non è stata solo la qualità dei sistemi, ma la loro integrazione in un ecosistema più ampio. La capacità di sorveglianza continua, resa possibile da satelliti e droni, ha consentito di individuare i lanci in tempo reale; l’elaborazione dei dati, sempre più supportata da strumenti di intelligenza artificiale, ha ridotto i tempi decisionali; il coordinamento tra diversi livelli di difesa ha permesso di ottimizzare l’impiego degli intercettori. In altre parole, non si è trattato semplicemente di “abbattere missili”, ma di gestire un flusso continuo di informazioni e minacce in modo coerente.

La “difesa” ha funzionato meglio del previsto, ma l’offensiva ha rappresentato un elemento ancora più rilevante. Stati Uniti e Israele hanno dimostrato una capacità notevole nel colpire in profondità il sistema militare iraniano. In particolare, la distruzione di una quota significativa dei lanciatori di missili balistici – stimata tra il 50% e l’80% – costituisce uno dei risultati più importanti del conflitto. I lanciatori mobili sono, per definizione, obiettivi difficili: si muovono, si nascondono, operano in ambienti complessi. Neutralizzarli richiede un livello di intelligence estremamente preciso e una capacità di ingaggio rapido.

Colpire i lanciatori significa agire sulla capacità offensiva dell’avversario prima che si manifesti. È una logica che gli strateghi militari inseguono da decenni: è più efficiente distruggere un sistema a terra che intercettare ciò che produce una volta in volo. Il fatto che questa capacità sia stata esercitata con successo su larga scala indica un salto qualitativo nel ciclo intelligence–targeting–strike.

A questo si aggiunge la rapidità con cui è stata colpita la leadership iraniana. Le operazioni di decapitazione, pur non essendo nuove, raramente si sono viste con una tale intensità nelle fasi iniziali di un conflitto tra stati. Eliminare figure di alto livello in tempi così brevi implica non solo una conoscenza approfondita delle strutture decisionali avversarie, ma anche la capacità di tradurre tale conoscenza in azione operativa senza ritardi significativi.

Se si considerano insieme questi elementi – efficacia difensiva, capacità di neutralizzare i lanciatori, attacchi mirati contro la leadership – il quadro che emerge è quello di una superiorità militare statunitense ed israeliana che, almeno nel breve periodo, appare difficilmente contestabile. Non sorprende che molti osservatori abbiano parlato di un successo tattico significativo.

Tuttavia, è proprio a questo punto che l’analisi deve cambiare prospettiva. Perché la guerra non si esaurisce nella sua fase iniziale. E soprattutto non si esaurisce nella dimensione militare. Il vero banco di prova è rappresentato dalla capacità di tradurre il vantaggio operativo in un risultato politico duraturo.

Ed è qui che emergono le ambiguità.

L’Iran, pur avendo subito danni rilevanti, non è crollato. Il regime è rimasto in piedi, la catena decisionale ha continuato a funzionare, la capacità di reagire – seppur in forme diverse – non è stata annullata. Questo dato, apparentemente semplice, ha implicazioni profonde. Perché se l’obiettivo implicito o esplicito dell’attacco era quello di piegare il sistema politico iraniano, costringerlo a una resa o provocarne una trasformazione radicale, allora il risultato appare, almeno per ora, incompleto.

Ma c’è di più. L’Iran non si è limitato a sopravvivere. Ha progressivamente adattato la propria risposta, spostando il conflitto su un terreno meno favorevole agli attaccanti. Non potendo competere sul piano della superiorità tecnologica e della precisione operativa, ha puntato su strumenti asimmetrici: pressione sulle infrastrutture energetiche, destabilizzazione delle rotte marittime, incremento del rischio percepito nei mercati.

La crisi dello Stretto di Hormuz rappresenta l’esempio più evidente di questa dinamica. Anche senza un controllo totale e permanente del passaggio, la semplice capacità di renderlo instabile ha avuto effetti significativi. Una quota rilevante del commercio energetico globale transita attraverso quell’area; qualsiasi interruzione, anche parziale, si traduce in un aumento dei prezzi, in una crescita dei costi assicurativi, in una maggiore volatilità dei mercati. Secondo analisi di Bloomberg, il rischio di una riduzione nei flussi petroliferi ha alimentato scenari estremi di breve durata che vedrebbero prezzi del greggio fino a 200 dollari al barile, mentre il Financial Times ha documentato un aumento dei costi assicurativi fino a dodici volte rispetto ai livelli precedenti al conflitto.

Questi numeri aiutano a comprendere un punto essenziale: l’Iran non ha bisogno di ottenere una vittoria militare tradizionale per esercitare pressione strategica. È sufficiente che riesca a generare incertezza e a trasformarla in costo economico globale. In un sistema interdipendente, questa capacità ha un peso che va ben oltre la dimensione militare.

A questo si aggiunge una dimensione politica altrettanto rilevante. La sopravvivenza del regime consente a Teheran di costruire una narrazione interna ed esterna in cui la resistenza diventa sinonimo di vittoria. Non si tratta di propaganda nel senso banale del termine, ma di una dinamica ben nota nei conflitti asimmetrici: se l’attaccante non riesce a ottenere il risultato politico che si era prefissato, il difensore può rivendicare il successo semplicemente per aver resistito.

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Questa logica è stata evidenziata anche in analisi pubblicate su riviste come Foreign Affairs, dove si sottolinea che la capacità di un regime di sopravvivere a un attacco esterno possa rafforzarne la legittimità interna e consolidarne la struttura, piuttosto che indebolirla. In alcuni casi, la pressione esterna può addirittura favorire una ricomposizione delle élite e una maggiore coesione del sistema.

Se si considera questo insieme di fattori, il quadro complessivo appare meno lineare di quanto suggerisca la sola analisi militare. Da un lato, Stati Uniti e Israele hanno dimostrato una capacità operativa di altissimo livello. Dall’altro, non è ancora chiaro se questa capacità sia stata tradotta in un vantaggio strategico duraturo.

Anzi, esistono tre elementi che suggeriscono il contrario.

Il primo riguarda il costo. Le operazioni militari, la gestione delle difese, il consumo di intercettori, il supporto agli alleati, l’impatto economico globale: tutto questo ha un prezzo elevato. Se il conflitto si prolunga o se le tensioni restano alte anche dopo il cessate il fuoco, questi costi continuano ad accumularsi.

Il secondo riguarda la percezione internazionale. La dimostrazione di forza militare è stata evidente, ma altrettanto evidente è stato il limite nel trasformarla in un risultato politico definitivo. Per attori come Cina e Russia, questo elemento è tutt’altro che secondario. Non riduce il timore nei confronti della capacità militare americana, ma suggerisce che esistono margini per resistere e per complicare il raggiungimento degli obiettivi strategici di Washington.

Il terzo riguarda la stabilità regionale. La guerra non ha prodotto una riduzione significativa delle tensioni. Al contrario, ha evidenziato quanto sia fragile l’equilibrio e quanto rapidamente un conflitto possa generare effetti a catena su energia, commercio e sicurezza.

Questi tre elementi portano ad una conclusione che può apparire controintuitiva, ma che è coerente con molte esperienze storiche: una vittoria tattica non garantisce una vittoria strategica. In alcuni casi, può persino rendere più evidente la difficoltà di raggiungerla.

La guerra con l’Iran ha infatti mostrato che la superiorità militare occidentale resta intatta, e in alcuni ambiti è persino più avanzata di quanto si pensasse. Ma ha mostrato anche che questa superiorità incontra limiti quando si tratta di trasformare la forza in esito politico.

In ultima analisi, il conflitto non ha semplicemente cambiato il modo in cui pensiamo alla guerra sul piano operativo. Ha cambiato il modo in cui dobbiamo pensare al rapporto tra mezzi e fini, ricordando che la strategia non si misura in termini di ciò che si distrugge, ma di ciò che si riesce a costruire dopo.

IL CASO IRANIANO E’ STRATEGICAMENTE RILEVANTE PER ALTRI TEATRI, IN PARTICOLARE PER L’INDO-PACIFICO.

Per anni, gli scenari di conflitto su Taiwan sono stati costruiti attorno a un’ipotesi precisa: la Cina, nelle fasi iniziali di una guerra, avrebbe lanciato una massiccia campagna missilistica per neutralizzare le basi americane nella regione, colpire le forze navali e impedire agli Stati Uniti di operare efficacemente. Le simulazioni più note prevedevano perdite significative, con centinaia di aerei distrutti, decine di navi affondate e migliaia di vittime.

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Il caso iraniano non invalida questi scenari, ma introduce un elemento di incertezza. Se le difese funzionano meglio del previsto, anche solo marginalmente meglio, l’intero equilibrio cambia. Non è necessario intercettare tutto. È sufficiente mantenere operativa una parte delle capacità per impedire all’avversario di ottenere una vittoria rapida.

E se la guerra non si conclude rapidamente, diventa un problema diverso. Più lungo, più costoso, più rischioso.

Questo è particolarmente rilevante per la Cina, la cui strategia su Taiwan presuppone, almeno in parte, la possibilità di ottenere un vantaggio decisivo nelle fasi iniziali del conflitto. Se questo vantaggio diventa meno certo, anche i calcoli strategici cambiano.

La deterrenza, in fondo, è questo: influenzare le aspettative dell’avversario. Non serve dimostrare di essere invincibili. È sufficiente dimostrare che la vittoria sarà più difficile, più costosa, meno prevedibile.

In questo senso, la guerra con l’Iran potrebbe avere effetti che vanno ben oltre il Medio Oriente. Potrebbe contribuire a rafforzare la percezione della resilienza militare americana e, di conseguenza, a rendere meno attraente l’opzione militare per chi stesse valutando scenari di aggressione.

Questo non significa che il rischio di conflitto scompaia. Al contrario, potrebbe spostarsi ulteriormente su altri piani: pressione economica, coercizione politica, operazioni ibride.

Non serve domandarsi se gli Stati dell’Europa (ed i loro alleati extra UE) possano permettersi l’autonomia: in termini di puro realismo non possiamo più permetterci di continuare senza.

Autore: Prof. Alessandro Pozzi, Dipartimento di Ingegneria Meccanica, POLIMI.

Laurea Magistrale in Ingegneria Meccanica – Defense & Security – Corso di Geopolitica per la Difesa e la Sicurezza – POLIMI A.A. 2025/2026


Integrare l’analisi geopolitica nelle valutazioni di allocazione strategica è ormai indispensabile.

C’è un forte bisogno, da parte di Leader aziendali e responsabili degli investimenti, di avere una visione strategica, per dare senso, creare connessioni nuove e individuare opportunità nei rapidi cambiamenti in atto, sempre più guidati dai processi decisionali degli Stati.


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